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Università: diamo i numeri

Italia ancora una volta penalizzata nella classifica mondiale: si investe troppo poco ma i nostri laureati sanno farsi apprezzare. Il marchio italiano

Berkeley, da fuori categoria a fuori dalla classifica
La Sapienza di Roma miglior università italiana
Nella top ten delle “giovani” Università figura la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Italia ancora una volta penalizzata nella classifica mondiale: si investe troppo poco ma i nostri laureati sanno farsi apprezzare.

Il marchio italiano è sempre stato ed è ancora una garanzia di qualità per la maggior parte dei casi. Per la maggior parte. Perché se è vero che il patrimonio storico, culturale e letterario della nostra penisola fa gola a tutto il mondo, bisogna riconoscere che non sempre è presentato nei migliori dei modi. A livello universitario, ad esempio, pare che l’Italia di strada da fare ne abbia ancora molta. Ancora una volta il ranking mondiale dei migliori atenei del globo, stilato qualche settimana fa per il 2015/2016 dal QS World University Rankings, è stato impietoso nei confronti della nostra madrepatria. Ancora una volta la statistica premia le università rese arcinote dal mondo cinematografico e grazie ai genietti dell’umanità che sono riuscite a sfornare. Un dominio assoluto quello del mondo anglosassone, con atenei inglesi e statunitensi che svettano come sempre nella top 10: MIT e Harvard sopra tutti, seguite dalle mitiche Cambridge, Stanford ed Oxford. L’Italia arranca nella scalata della classifica: il primo ateneo nostrano, il Politecnico di Milano, raggiunge solo la 187esima posizione, per la prima volta nei primi 200. Lo seguono l’università di Bologna al 204esimo e la Sapienza, 213esimo posto, con ben 11 posizioni perse in un anno. Che dire, un quadro durissimo, forse troppo. Sulla classifica ha influito notevolmente il cambio dei criteri di valutazione: è stata rivalutata l’incidenza di facoltà scientifiche e di ricerca come medicina e hanno ripreso peso le scienze sociali. Bisogna però spezzare una lancia a favore del sistema universitario italiano, per quante lacune possa avere. I laureati italiani, in media, si mostrano infatti molto competenti e sanno farsi apprezzare in tutto il mondo. Si intende, è un discorso di mera statistica, ma alcuni centri di eccellenza italiani non smettono di lanciare nuovi talenti nel mondo del lavoro internazionale. Poco credito è stato dato ad alcune Università private, che però in altre classifiche sono in cima per la facilità e rapidità con cui i laureati trovano lavoro: un esempio per tutte, la Bocconi di Milano, seguita dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. Una nota non sempre felice per le tasche del paese, perché la fuga dei cervelli migliori all’estero diventa un fenomeno sempre più imbarazzante e con loro scappa via parte del migliore know-how all’italiana. Intanto raddoppia l’iscrizione di studenti stranieri nei nostri atenei (Alla Cattolica quest’anno sono aumentati del 40% !!!), specie alle lauree magistrali: segno che alcuni focolai d’eccellenza tricolore resistono ancora e mantengono la loro fama. Ma il grosso degli arrivi è dovuto più che altro ai rapporti che si sono venuti a creare tra le nostre migliori università e le big della top 10 mondiale. Strutture spettacolari, investimenti nel settore ricerca, manutenzione magistrale (piccola pecca, una media di retta annua di 40000 dollari, leggermente attenuata da qualche borsa di studio concessa solo ai migliori): gli atenei del mondo angloamericano restano ancora oggi per molti italiani un miraggio di professionalità e splendore e la speranza di poter essere davvero valorizzati nel mondo del lavoro.

 

Di Francesco Bechis

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