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Quando a vincere i fondi europei è un norvegese della Bocconi

In Italia prepariamo in maniera ottima i nostri studenti, i quali però sono costretti ad andare all’estero per cercare fortuna. Invece, un’anomalia si

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In Italia prepariamo in maniera ottima i nostri studenti, i quali però sono costretti ad andare all’estero per cercare fortuna. Invece, un’anomalia si è verificata a Milano, dove tra i tre ricercatori che hanno vinto la borsa di studio appare un norvegese.

Un norvegese a Milano. No, non è la risposta al film di Alberto Sordi ma è un professore della Bocconi, uno dei tre ricercatori che hanno ottenuto i fondi europei. Si chiama Arnstein Aassve di 47 anni e sì, è un norvegese. La domanda allora sorge spontanea: “Scusi Professor Aassve, ma con tutti i problemi che abbiamo qui in Italia e vedendo il suo curriculum (laureato in informatica in Norvegia, ha conseguito Master e Phd in Inghilterra, ha lavorato al dipartimento di Demografia del Max Planck Institute prima di ritornare nuovamente in Inghilterra, precisamente all’Università di Essex), ma chi glielo ha fatto fare a venire?”.

Il nostro “vanto” è quello di preparare nel miglior modo possibile i nostri cervelli per poi però dirgli costantemente che qui da noi posto per loro non ce n’è e che devono emigrare all’estero se vogliono fare carriera. Di soldi non ce ne sono e nei momenti in cui li abbiamo siamo costretti sempre a parlare di sprechi (ergo, sono spesi male), ma di certo neanche ci vengono incontro. Anche questa volta, infatti, i nostri studenti sono stati in grado di ottenere ben 26 borse di studio ma i finanziamenti che l’Italia ha ricevuto sono stati inferiori, oltre che della Germania e Inghilterra che si sono posizionate meglio, anche di altre nazioni quali Svizzera (20 milioni), Paesi Bassi (21) e perfino la Francia (30), i cui risultati sono stati inferiori ai nostri. Diciannove milioni, invece è la cifra che ci è stata recapitata, che si sono spartite diverse università italiane: quella che ne ha beneficiato maggiormente è stata proprio la Bocconi di Milano, dove lavora il professore di cui stavamo parlando.
Riprendendo un po’ quello che ha detto, di certo per lui non è stata proprio una passeggiata venire in Italia ed ha avuto diverse difficoltà, specie quelle burocratiche. Ma comunque ha speso parole al miele per la sua università, la quale gli ha permesso di integrarsi al meglio e non è un caso isolato: quella di circondarsi di cervelli anche stranieri è uno degli obiettivi che pare l’università milanese di via Sarfatti si è proposta di raggiungere: ogni anno compiono delle vere e proprie spedizioni all’American Economical Association Meeting, dove raccolgono informazioni su candidati di diverse nazionalità. I più interessanti sotto il profilo accademico vengono inviati in Italia per un colloquio, tramite il quale si deciderà se presentargli o meno una proposta di lavoro. Il “nostro” professore si trova alla Bocconi dal 2007 ed è al suo secondo anno di Erc grante, dopo aver passato il primo come starter grant, adesso è un advanced. Insomma, è diventato sicuramente un qualcuno grazie all’università che gli ha permesso di vincere questi fondi europei. Adesso vive a Torino, dove ha messo su famiglia con un’ italiana dalla quale ha avuto due figli. Permettetemi una piccola analisi di tutto questo: la ricerca ed il progresso non hanno nazionalità e non appartengono ad un Paese preciso, però è chiaro che qualche dubbio ci viene. Come è possibile che prepariamo in maniera ottimale i nostri studenti e poi li lasciamo andare via? Dov’è il vantaggio se poi andiamo a ricercare persone per tutto il mondo? Per carità, se sono obiettivamente più preparati dei nostri ben venga, ma la maggior parte delle volte non è così.

Siamo sinceri: veramente viviamo in un sistema meritocratico?

Di Lorenzo Santucci

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