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McCurry e la foto ritoccata

McCurry e la foto ritoccata

Dal 1 aprile al 25 settembre sarà possibile visitare la nuova rassegna dedicata al famoso fotografo americano, allestita all’interno delle Scuderie Ju

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Dal 1 aprile al 25 settembre sarà possibile visitare la nuova rassegna dedicata al famoso fotografo americano, allestita all’interno delle Scuderie Juvarriane, nella Reggia di Venaria, una delle dimore sabaude più famose. 30.000 visitatori in un mese, uno particolarmente attento.

Di Irene Tinero

Ricorderemo tutti i meravigliosi occhi verdi della giovane afghana sulla copertina del National Geographic Magazine del 1984: la foto in questione ha sancito l’ingresso “tra i grandi” dell’americano Steve McCurry. L’uomo è diventato il simbolo della fotografia contemporanea e basta il suo nome per vedere compiersi il miracolo del “sold out”: 250 immagini costituiscono la mostra della Venaria. Tra queste c’è “L’Avana, Cuba 2014”, su cui un fotografo professionista di Dronero, spettatore pagante del miracolo McCurry, ha notato una grossolana modifica operata attraverso Photoshop.

Il 23 aprile compare un post su Facebook: “Quando McCurry inciampa nel Photoshop”. A scrivere è ovviamente il fotografo dronerese, che prosegue attraverso una lunga lamentela che ha originato una vera e propria polemica, almeno sul Web. E’ innegabile che soprattutto uno dei rimaneggiamenti successivi sia stato apportato in maniera a dir poco meschina: le alterazioni riguarderebbero principalmente i colori, ma ad attirare la nostra attenzione è la figura di un uomo, posto dietro la tipica macchina anni ’50, emblema di Cuba e dell’embargo. In origine l’uomo doveva trovarsi davanti ad un palo, coprendolo. La figura è stato fatta indietreggiare, ma qualcuno ha dimenticato di cancellare un piccolo particolare: dalla gamba dell’uomo, privo di un piede, spunta parte del palo originale, suggerendo così una fastidiosa sensazione di dolore. McCurry ha provveduto a licenziare immediatamente il giovane assistente statunitense a cui aveva accordato il permesso della modifica ed ha chiesto la rimozione della foto dalla mostra, tutt’ora in esposizione. Biba Giacchetti, curatrice dell’evento, si nasconde dietro “l’errore umano” e trova ingiusto che questo fatto secondario distolga l’attenzione da un allestimento che sta riscuotendo successo. Ognuno porti pure acqua al proprio mulino.

Eolo Perfido, curatore della pubblicità di aziende come la Samsung, Sky, Briel etc., interviene sul concetto di “post-produzione”, da lui considerata parte integrante dell’arte: la modifica attraverso Photoshop è oramai prassi comune e non c’è niente di sbagliato in questo. Inoltre, incalza il fotografo, la modifica può spostare l’attenzione su un particolare altrimenti nascosto e, se applicata alla nuda e cruda realtà, può essere considerata la firma dell’autore. E’ in grado di decorare questo mondo, aspetto che non sottovaluterei. Il limite? C’è e coincide con l’etica personale: l’importante è non aggiungere particolari per il solo scopo di incrementare la diffusione.

Personalmente ritengo che se Photoshop sia stato inventato, evidentemente qualcuno si aspettava che un giorno sarebbe stato utilizzato, magari anche da un grande fotografo. L’arte non deve essere necessariamente riproduzione della realtà, fortunatamente. Se proprio vogliamo vedere del marcio ovunque e infangare il nome McCurry, trovo decisamente più scorretto, di una modifica con Photoshop, il fatto che l’adolescente afghana non abbia mai visto un dollaro del successo che i suoi occhi hanno garantito al fotografo americano.

Di Irene Tinero

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