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Anno sabbatico, leggere attentamente il foglio illustrativo

Anno sabbatico, leggere attentamente il foglio illustrativo

Finire il liceo e partire, prendersi 12 mesi per dedicarsi ad altro e magari agli altri. Di Stefano Di Foggia La figlia maggiore del presidente Barack

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Finire il liceo e partire, prendersi 12 mesi per dedicarsi ad altro e magari agli altri.

Di Stefano Di Foggia

La figlia maggiore del presidente Barack Obama, Malia Obama ha annunciato che finite le scuole superiori prima di entrare ad Harvard si prenderà un “gap year”, cioè un anno sabbatico. Quest’esperienza è assai frequente e radicata nella cultura anglosassone sin dai primi anni ’60. Negli ultimi tempi, l’anno cuscinetto fra le scuole superiori e l’università è diventato popolare anche nella vecchia e severa Europa. Il “gap year” può essere visto come una versione moderna del Grand Tour: il viaggio lungo un anno nelle città d’arte europee che si concedevano i giovani aristocratici nell’Ottocento.
Negli Stati Uniti in alcuni casi bisogna avere il permesso dell’università per potersi permettere quest’esperienza ma spesso sono gli stessi atenei a promuovere iniziative di questo tipo e a incoraggiare gli studenti a prendere questa decisione. A volte prendere un anno sabbatico è una scelta obbligata per quei ragazzi che devono guadagnare e mettere da parte un po’ di soldi per partecipare alle spese degli studi. Anche se normalmente questo periodo è inteso come esperienza di formazione giovanile alternativa agli studi e quindi rimane normalmente prerogativa di chi se lo può permettere. Nella maggioranza dei casi quindi è un periodo dedicato a visitare posti nuovi, ad imparare una lingua o a fare volontariato.

Ma l’anno sabbatico può compromettere il futuro dei ragazzi? Dopo questa pausa è più difficile avere buoni risultati? Nel marzo del 2015, un gruppo di ricercatori dell’università di Jyväskylä, in Finlandia, ha pubblicato sulla rivista scientifica “Developmental Psychology” uno degli studi più approfonditi condotti finora su questo tema. Per l’analisi sono stati intervistati oltre 2500 studenti australiani e finlandesi.

Alla fine, le conclusioni della ricerca hanno dimostrato che non c’è una grande disparità tra il rendimento di chi si è preso un anno di pausa e chi no. Chi si è fermato solo per un anno riesce a recuperare in fretta il ritmo degli studi e la motivazione anche se non è così per chi si è concesso un periodo più lungo. Chi invece ha tirato dritto tende a sopportare meglio la fatica dello studio e ad essere più determinato ma corre il rischio di soffrire di maggiore stress.

Insomma, la vera scoperta dello studio è che non ci sono grandi differenze tra chi ha interrotto il suo percorso e chi no, nemmeno per quanto riguarda la crescita e la soddisfazione personale e neppure riguardo alle possibilità lavorative. Un altro studio del 2010, sosteneva che il “gap year” serve sopratutto agli studenti che hanno faticato durante la scuola. Dopo questo periodo infatti i ragazzi hanno più facilità a ritrovare la motivazione e a gestire il proprio tempo.

Lasciando da parte queste ricerche le opinioni degli studiosi sono per lo più discordanti. Secondo Jeffrey Selingo, esperto di istruzione e autore del libro “There is life after college” è un’esperienza che aiuta i giovani a maturare e a prendere scelte più consapevoli sul proprio futuro, avendo le idee più chiare su cosa vogliono fare. È importante però che sia un vero anno sabbatico e non un semplice oziare o lavoricchiare senza spostarsi da casa.
Di parere opposto il pedagogista Daniele Novara, docente di Formazione interculturale alla Cattolica di Milano. Secondo Novara “il problema di fondo è evolutivo, nell’adolescenza si aprono finestre cognitive importanti nel corso delle quali si apprendono elementi a velocità impensabili in altre fasi della vita”. Per questo si dice contrario all’anno sabbatico: “Quelle occasioni non si ripresenteranno più, a 25 anni le nostre capacità iniziano a diminuire. I 18 anni non sono il momento dei viaggi ma del lavoro sodo su un fronte chiaro. In quel momento dell’esistenza, per ragioni puramente scientifiche, c’è da sbrigarsi, imparare, conoscere, coltivare in modo serio i fronti su cui si è impegnati. Per poterne cogliere i frutti. Forse dopo i trent’anni potrebbe avere senso, sempre potendoselo concedere. La natura ci da tanto in quella fase, non ha senso staccare”.

Una scelta difficile che solleva discussioni nelle famiglie come in ambito accademico. Né in un senso né in un altro ci si può appellare alla scienza. Certo è che chi sente un forte desiderio di vivere quest’esperienza non si deve lasciar scoraggiare troppo dalle complicazioni che può causare in futuro questa scelta. In fondo a vent’anni un briciolo di incoscienza ci vuole.

Di Stefano Di Foggia

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