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Oggi mi taglio i capelli in segno di protesta

Oggi mi taglio i capelli in segno di protesta

Ci sono fazzoletti di terra in cui un taglio diverso, un abbigliamento inusuale non rappresentano solo un cambiamento temporaneo, ma sono una vera e p

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Ci sono fazzoletti di terra in cui un taglio diverso, un abbigliamento inusuale non rappresentano solo un cambiamento temporaneo, ma sono una vera e propria sfida.

Di Irene Tinero

A Teheran, capitale dell’Iran, seguire le mode, passeggiare per strada, vedere una partita allo stadio, non è un fatto scontato per una donna. Ma questo lo sapete già.

Per avere il diritto ad una vita normale sono tante le ragazze che hanno scelto di tagliarsi i capelli e vestirsi come un uomo: non solo, non si sono limitate a questa disobbedienza, ma hanno anche caricato delle loro foto sui vari social senza hijab, a dimostrazione che non temono alcuna autorità. Cosi, Instagram si è popolato di questi bellissimi volti in rivolta ai piedi della città: esiste addirittura una pagina su Facebook, “My Stealthy Freedom, creata dalla giornalista iraniana, Masih Alinejad, oggi esule in America.

Al di là delle condivisioni, dei social, che si stanno impossessando delle nostre vite e tutto sembra ridursi solo a questo, dovremmo soffermarci su cosa vogliano dire i capelli per una donna: è parte integrante dell’identità femminile anche per chi li porta corti stile Twiggy. Questo avvalora ancora di più il loro gesto e la protesta che stanno portando avanti: ma, detto in parole ancora più semplici, qualcuna potrebbe averlo fatto semplicemente per la curiosità di sentire tra i capelli un soffio di vento che sa di libertà.

Nella Repubblica Islamica esiste un corpo, chiamato Polizia della moralità, che ha il compito di evitare la divulgazione di fenomeni simili. Eppure nonostante tutto, arrivano voci solidali anche da qualche uomo: Pejman Rahbar, giornalista sportivo, ha condiviso una foto che ritrae una donna allo stadio, mentre assiste ad una partita di calcio nella provincia del Khuzestan. Il quotidiano Independent ha intervistato alcune di queste pioniere: “Non sono molte le donne che lo fanno”-a dimostrazione che purtroppo, ma ragionevolmente, la paura frena le ragazze- “ma ricevo messaggi di solidarietà da tantissime”, ha spiegato una delle intervistate.

La questione del velo si era risollevata in Iran grazie all’unione della giornalista Alinejad e dell’avvocato premio Nobel per la pace, Shirin Ebadi, che hanno invitato le politiche occidentali al rifiuto di sottomettersi alla legge dell’hijab in Iran: personalmente, non appartengo a quel fronte “casa loro/casa mia” e sono contenta che la mia città ospiti delle moschee in segno di rispetto delle religioni altrui, ritengo quindi giusto rispettare, da turisti, le regole di un altro paese. Vi dirò di più, se una donna vuole portare il velo deve essere libera di farlo, purché rimanga una sua scelta e non un’imposizione.

La risposta da parte delle autorità è stata ovviamente molto dura:

lo scorso febbraio una politica è stata allontanata dal Parlamento per delle foto on line che la ritraggono mentre stringe la mano ad un uomo senza indossare l’hijab, otto modelle sono state arrestate per delle foto volgari in cui mostrano i capelli al vento, il tutto ad opera della campagna dei Guardiani della Rivoluzione.

Quest’ultimi sospettano un complotto tra la dirigenza di Instagram e alcune celebrità, tra cui Kim Kardashian, che avrebbero istigato le giovani a questi atti di ribellione.
E’ una guerra tra due stili di vita diversi, che non possiamo permette venga persa dalla sola parte che merita di vincere.

Di Irene Tinero

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