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Ai posteri l’ardua sentenza: polemiche british al PoliMI

Ai posteri l’ardua sentenza: polemiche british al PoliMI

La nostra rubrica sui dubbi, sulle paure e anche sui giramenti di… testa che affliggono gli studenti italiani. Oggi seguiamo una polemica " british ":

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La nostra rubrica sui dubbi, sulle paure e anche sui giramenti di… testa che affliggono gli studenti italiani. Oggi seguiamo una polemica ” british “: il PoliMi che chiude i corsi in inglese.

Era il 2012 quando il Senato accademico del Politecnico di Milano approvò una delibera che prevedeva che dal 2014 gli insegnamenti dei corsi magistrali e dei dottorati sarebbero stati erogati esclusivamente in lingua inglese. Le proteste non tardarono ad arrivare, tanto che un nutrito gruppo di professori fece ricorso al Tar, il quale si espresse nel 2013 contro la decisione dell’ateneo. Il politecnico e lo stesso Ministero fecero a loro volta immediatamente ricorso al Consiglio di Stato, che confermò definitivamente la bocciatura dei corsi unicamente in lingua straniera.

Inutile dire che dopo questa ulteriore sentenza si è incendiato un dibattito sul tema insegnamenti in inglese, infatti alcuni docenti e personalità di spicco hanno lanciato un appello pochi giorni fa, acquistando uno spazio sul Corriere della Sera, sostenendo che l’iniziativa «non lede il diritto allo studio, ma favorisce il diritto al lavoro». Le decisioni in merito, come abbiamo visto, sono già state prese, ma una riflessione su un tema tanto importante e controverso è certamente necessaria.

La questione può essere osservata da diversi punti di vista.

    • L’appello apparso sulle pagine del Corriere non è certo campato in aria, la globalizzazione e l’era digitale hanno abbattuto diversi muri tra le vite, le attività e gli orizzonti di ognuno, ma anche quelli che dividevano il mercato del lavoro. In una realtà in cui i rapporti internazionali tra aziende, acquirenti ed utenti sono all’ordine del giorno, l’inglese si è imposto come lingua ufficiale di questo internazionalismo e forse anche del mondo del lavoro. Risulta dunque quasi indispensabile una buona, se non ottima, conoscenza di tale idioma per poter sperare di raggiungere un impiego di livello.
    • Dall’altra parte però, non possiamo pensare che tutto ciò che è globalizzazione sia buono, essa ha inevitabilmente portato ad un livellamento delle differenze e delle particolarità che avevano esaltato la diversità umana, punto di forza della nostra specie. La lingua è e sarà uno dei primi elementi ad essere intaccato nella galoppante omogeneizzazione culturale e sociale.

Per quanto riguarda il nostro punto di partenza, a mio avviso, la soluzione migliore fu quella adottata dalla Corte Costituzionale, che si era espressa favorevolmente verso la possibilità dell’introduzione di corsi in lingua straniera, in merito alla Legge Gelmini del 2010, ma solo se affiancati da insegnamenti in italiano. La libertà di scelta, soprattutto quando ci sono di mezzo gli studi, è importante, per valorizzare le attitudini, le ambizioni e, perché no, il pensiero di ognuno.

Questo probabilmente però non è il tempo delle mezze misure, dunque da che parte schierarsi? Dalla parte di chi, compresa la direzione in cui sta andando il mondo, si adopera per seguirla ed approcciarvisi nel modo più coerente possibile con essa, oppure di chi, proprio perché anch’egli ha capito la direzione in cui sta scivolando la nostra società, vuole difendere e continuare a valorizzare la diversità culturale, che forse proprio attraverso la lingua ha avuto la sua massima espressione?

Ai posteri l’ardua sentenza.

#FacceCaso

Di Edoardo Frazzitta

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