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How I met Taiwan, Capitolo 2: l’immigrata

How I met Taiwan, Capitolo 2: l’immigrata

Vi racconto la mia esperienza, le mie giornate, le mie paure e le mie gioie. Un diario di tutto il mio tirocinio nella bellissima Taiwan. La cosa bel

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Vi racconto la mia esperienza, le mie giornate, le mie paure e le mie gioie. Un diario di tutto il mio tirocinio nella bellissima Taiwan.

La cosa bella di quando fai un viaggio oltreoceano è che non devi pensare molto ai documenti. Mi spiego: il passaporto ormai ce l’ha chiunque e il visto te lo fa l’agenzia di viaggi oppure lo richiedi online oppure (il caso migliore di tutti) all’aeroporto mettono un bel timbro sul passaporto all’ingresso e all’uscita dal Paese. Tutto cambia, invece, se decidi di rimanere molto tempo in uno Stato dove non sei residente. Tipo me a Taiwan, per intenderci.

La signora bionda dell’Ufficio consolare di Viale Liegi mi conosceva già quando mi sono presentata allo sportello con tutti i documenti necessari per il rilascio del visto. Eh sì, perché prima ancora di sapere che sarei partita, nella mia fiduciosa e ingenua visione del futuro, ero andata a chiedere informazioni per sapere quanto avrei dovuto penare per collezionare tutte le scartoffie necessarie per rimanere a Taiwan quattro mesi e mezzo.

Praticamente stavo entrando nello status di immigrata.

Allora, dopo aver compilato online il modulo di richiesta, mi devi portare due fototessere recenti, il passaporto originale, il dettaglio dei biglietti aerei, la lettera di conferma del tirocinio e € 86,00 in contanti.

Suona molto come una minaccia, me ne rendo conto. Ma pensa che a pronunciare queste parole è stata una signora carinissima che potrebbe essere la tua mamma e tutto assumerà un tono più protettivo. In effetti, se non fosse stato per la sua gentilezza probabilmente starei ancora cercando di capire come ottenere il visto d’ingresso multiplo.

Fototessere a parte (il cui unico problema è la decenza…), il guaio era recuperare la lettera di conferma del tirocinio. Ti racconto in breve come è andata tutta la questione: a Giugno, ho passato un mese in Germania dove Chiara stava finendo il suo Erasmus. Ironia della sorte, io, appena laureata e desiderosa di lasciarmi l’università alle spalle, ho passato più tempo nella facoltà di Chiara che nella mia a Roma durante 5 anni di carriera. La fortuna però ha deciso di darmi un buffetto sulle spalle facendomi conoscere un professore taiwanese che insegnava in Germania.

Un traduttore tedesco-inglese e mille figuracce dopo, ho scoperto che l’omino con gli occhi a mandorla lavora in un istituto di sviluppo e ricerca a Taichung: fu subito e-mail bombing! In pratica, ho scritto all’istituto specificando chi sono, cosa ho studiato, cosa mi interessa e allegando portfolio e curriculum. Due mesi e qualche e-mail inutile dopo mi hanno risposto con esito positivo! Ricontattarli e chiedere la lettera di conferma mi ha fatto penare solo qualche giorno.

Dunque, documenti in una mano e biglietti aerei nell’altra, sono salita sul boeing della Thai Airways (dove tutto era così viola da star male) e mi sono ritrovata a Taiwan. Praticamente da immigrata.

Entry for non-citizens

Ero io, una non-cittadina di Taiwan. Quindi fai la fila, cerca di capire frasi in cinese, fai lo scan oculare, lascia le impronte digitali di entrambe le mani, fai controllare i documenti e finalmente oltrepassa la linea di separazione tra la zona-limbo e la tua nuova casa provvisoria. Fa strano, no? È strano varcare una nuova porta e rendersi conto che sarà il tuo porto sicuro per qualche tempo. Ti senti un po’ immigrata, con le tue cose impacchettate nelle valigie e con la stanchezza addosso.

Fa strano perché ti senti osservata, senti che parlano di te (perché Italia è Italia/Italie/Italy ovunque, insomma si capisce). Fa strano perché ti chiedono se ti serve una busta per la spesa facendo il gesto con le mani. Fa strano perché non riconosci le verdure al supermercato. Fa strano perché non hai gli occhi a mandorla e perché (pazzesco ma vero) hai la pelle più scura! Fa strano perché non capisci gli annunci sull’autobus e hai la costante paura che finirai in un’altra città. Fa strano perché i bambini ti guardano come se fossi un alieno caduto da Marte.

Fa strano, è vero, ma ti assicuro che ne vale la pena.

#FacceCaso

Di Giulia Pezzullo

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