Tempo di lettura: 3 Minuti

Pedalata per la Pace: a Gaza ci pensano i giovani

Pedalata per la Pace: a Gaza ci pensano i giovani

Una pedalata per la pace, per dire basta all'odio tra palestinesi e israeliani. I giovani si muovono, ma hanno bisogno del supporto degli adulti perch

La rivalsa del gatto e un taglierino aggressivo, ospiti d’eccezione al TG USA 2.0
Ah, l’amore ai tempi di San Valentino
Hai 26 anni? La scienza dice che dovresti sposarti

Una pedalata per la pace, per dire basta all’odio tra palestinesi e israeliani. I giovani si muovono, ma hanno bisogno del supporto degli adulti perchè la guerra cessi.

Una pedalata per la pace. Niente di più semplice. E niente di più diverso, futuristico e bello. Semplicemente umana e pulita. Una pedalata. Niente di più.

Di cosa parliamo

Il 17 maggio, il Comitato giovanile di Gaza, ha organizzato, e poi svolto, una pedalata attraverso la famosa “Striscia di Gaza”; un modo per unire i giovani palestinesi e i loro fratelli israeliani in qualcosa che non fosse una stupida guerra fratricida.

Ben 150 ragazzi si sono messi in marcia, armati solo di biciclette e voglia di pace, e hanno pedalato dal centro di Gaza City fino al confine con Israele. Tutta la carovana era colorata da striscioni inneggianti alla pace, alla fratellanza e alla libertà: proprio per questo l’evento si è presentato al mondo sotto il nome di “Freedom Marathon”.

La Maratona della libertà

La maratona è stata solo l’ultimo di infiniti messaggi inviati dai giovani di Gaza. Pochi mesi, infatti, hanno tentato di ripulire il mondo dall’odio attraverso l’operazione “Cleaning the hate” (“ripulendo dall’odio” letteralmente); ed anche a settembre, con il “Peace carpet” (“tappeto rosso per la pace”) hanno distribuito nella Striscia e in Israele vestiti inneggianti la pace.

La guerra

Nonostante i giovani lavorino tutti i giorni per riportare un po’ di serenità, ciò che di giorno questi fanno, di notte gli adulti disfano. È del 4 maggio, infatti, la notizia di 25 morti dovuti al lancio di missili palestinesi e conseguente rappresaglia israelita. Raid e contro-raid, offesa e contro-offesa, in un circolo vizioso che sembra perdurare senza fine.

C’è speranza?

Forse sì. Forse la sia può affidare a Skype, la nostra speranza. “Ogni giorno dalla nostra sede di Gaza, grazie a Skype, palestinesi e israeliani si video-chiamano per palrare e conoscersi, andando oltre le ideologie, le incompresioni e gli stereotipi”. È la volontaria Manar Sharif, siriana di Damasco, a parlare. Il progetto si chiama “Skype with your enemy”, e propone ai giovani di parlarsi, conoscersi, in modo da abbattere le barriere invisibili che li dividono.

Perché “invece di maledire il proprio nemico, riescano a guardarsi in faccia e a dialogare scambiandosi le loro opinioni”.

#FacceCaso

Di Giulio Rinaldi

COMMENTS

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0