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Professore aggregato: l’identikit!

Professore aggregato: l’identikit!

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Quante volte abbiamo letto sulla pagina web dei nostri docenti “professore aggregato” senza capire cosa volesse dire e – soprattutto – senza sapere realmente quale fosse la differenza con tutti gli altri? Ecco, oggi ve lo spieghiamo.

Ricercatori a tempo indeterminato, assistenti del ruolo ad esaurimento e tecnici laureati che abbiano svolto almeno tre anni di insegnamento: questo l’identikit del nostro personaggio, stando alla legge 240 del 2010, il professore aggregato! Fino a qui nulla di complicato, eppure alcune delle Università più importanti di Italia – tra cui La Sapienza – non hanno neanche inserito tale figura all’interno dei regolamenti didattici.

Tutto ciò suona un po’ strano se si pensa all’importanza di tale ruolo che assegna a tali docenti l’obbligo di “riservare annualmente a compiti di didattica integrativa e di servizio agli studenti fino a un massimo di 350 ore in regime di tempo pieno e fino ad un massimo di 200 ore in regime di tempo definito”, rendendoli di fatto professori universitari al pari dei colleghi.

Eppure, il professore aggregato rimane sempre un po’ nell’ombra rispetto a quello associato, che gode di stima maggiore e immotivata. In fondo l’unica differenza è che il primo si dedica più al campo della ricerca, mentre il secondo alla didattica. Forse proprio da qui nasce l’equivoco che vede l’uno superiore all’altro.

Invece, il professore che svolga attività di ricerca è pagato addirittura con somma aggiuntiva per svolgere il corso universitario che, in effetti, sarebbe fuori dai suoi compiti di ordinaria amministrazione. Ed ecco qui che la gerarchia accademica di “signore, vassalli, valvassori e valvassini” traballa leggermente e, se uno studente guarda al professore dietro la cattedra con rispetto e – ammettiamolo – paura, dovrebbe guardare al ricercatore con ancora più timore.

Ordinario, associato, aggregato… una serie infinite di cariche che ci riportano al Medioevo, quando ancora avere un titolo significava di diritto essere superiore. Ma siamo nel XXI secolo, lasciamo le parrucche bianche e i nei finti dove stanno, e mettiamoci in gioco tutti insieme: studenti e professori.
L’Università deve insegnare il rispetto, non la divisione in classi!

#FacceCaso

Di Ludovica Sampalmieri

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