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Con Kobe muore un pezzo della Pallacanestro

Con Kobe muore un pezzo della Pallacanestro

La notizia della tragica morte di Kobe Bryant ha travolto tutti, toccando  il cuore di tantissimi tifosi. Con lui se ne va un pezzo della Pallacanestr

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La notizia della tragica morte di Kobe Bryant ha travolto tutti, toccando  il cuore di tantissimi tifosi. Con lui se ne va un pezzo della Pallacanestro.

Vorrei iniziare questo commiato con un minuto di silenzio. O meglio otto, come il suo numero storico di maglia. O ventiquattro, come l’altro numero indossato. Come i secondi che dura un’azione. Ma scrivere il silenzio è impossibile. Meglio allora dare sfogo alle lacrime. Non solo perché è morta una persona. Un campione. Ma perché – e questo forse può comprenderlo solo chi questo sport lo ha masticato, a qualsiasi livello – c’è la consapevolezza che con Kobe Bryant se ne va un pezzo della Pallacanestro.

Quella con la P maiuscola. Quella che da bambino ammiri, estasiato da evoluzioni aerobiche e gesti atletici. Con lo stesso sguardo con cui si gode un film di supereroi. Sempre in attesa che succeda all’improvviso qualcosa che cambi le sorti sul campo. Lo spettacolo di un gioco che ti tiene in bilico fino all’ultimo istante.

E domenica col fiato sospeso ci siamo rimasti tutti. Un limbo di incredulità e attesa, speranzosa, vana, illusoria, di scoprire l’ennesima fake news. Invece no. Il tiro allo scadere è finito sul ferro. Ha vinto il destino. Beffardo come al solito. Come tante volte sul campo è stato proprio Kobe. Con i suoi cambi di mano, le virate in palleggio, gli step-back, i fade-away (autentico marchio di fabbrica), e le penetrazioni concluse con acrobatiche schiacciate, in testa agli avversari. Anche se non era un colosso, rispetto alla media degli altri colleghi. 198 centimetri per 96 kg. “Black Mamba” lo chiamavano. Il serpente dal morso repentino che ti uccide in pochi minuti col suo veleno. Agonistico nel suo caso, s’intende.

Il suo stile, la sua mentalità, sono state d’ispirazione per molti altri. Kevin Durant, Dwyane Wade, Derrick Rose hanno tutti dichiarato di vederlo come figura di riferimento. Lo hanno paragonato al Michael Jordan della loro generazione. Lo stesso LeBron James, ad oggi considerato il miglior cestista al mondo, disse, quando era agli inizi, di voler diventare come lui. Anche per questo la Pallacanestro ha perso una parte di sé. Altri appassionati, amatori o futuri campioni dovranno trovare un altro modello.

Tanti ce ne sono. E tanti altri ne verranno. Ma come lui no. Il suo carisma e la sua personalità lo contraddistinguevano. Con i fan che lo venivano ad ammirare negli eventi in cui era testimonial, aveva lo stesso approccio delle partite di campionato. Nel senso che dedicava tutto se stesso a quel che faceva in quel momento. Con la stessa passione che un ragazzino ha per lo sport che pratica.

Dear Basketball“, così iniziava la sua lettera di addio, letta dopo l’ultima partita disputata. “Cara Pallacanestro“. Un’amica, una persona cui si è legati emotivamente. “Sin dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzettoni di mio papà e a immaginare tiri decisivi per la vittoria al Great Western Forum, mi è subito stata chiara una cosa: mi ero innamorato di te. Un amore così grande che ti ho dato tutto me stesso, dalla mia mente, al mio corpo, al mio spirito e alla mia anima“. Un legame viscerale, come tra due amanti. E quando un compagno di vita se ne va per sempre, inevitabilmente porta con se un frammento, piccolo o grande che sia, del cuore di chi rimane.

Questo è successo alla Pallacanestro. E a noi tutti che ne siamo innamorati come lo era lui. Si è portato via anche una parte di noi. Parafrasando le sue parole, sappiamo che anche da lassù, sarà sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro. Palla in mano. 5… 4… 3… 2… 1.

Ti ameremo per sempre. Addio, Kobe.

 

#FacceCaso

Di Tommaso Fefè

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