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Maturità e lamentele: chissà se noi studenti troveremo mai pace

Maturità e lamentele: chissà se noi studenti troveremo mai pace

Anche in tempi di pandemia, arrivano puntuali come ogni anno le lamentele degli studenti in vista degli esami di maturità. Il mondo sta pian piano us

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Anche in tempi di pandemia, arrivano puntuali come ogni anno le lamentele degli studenti in vista degli esami di maturità.

Il mondo sta pian piano uscendo dalla quarantena. I maturandi, invece, ci stanno entrando nuovamente in queste ore. L’epidemia che li colpisce si chiama esame di maturità e mancano proprio 40 giorni alla data fatidica. C’è poco più di un mese di tempo per dare fondo a tutta la propria forza d’animo per studiare, ripassare e prepararsi al grande evento. Certo, aiuterebbe non poco avere informazioni precise su come tutto dovrebbe svolgersi, ma questo è un dettaglio che al Miur non sembrano tenere in considerazione.

Oggi vs. Ieri

Le indicazioni che continuano ad arrivare dalla ministra Azzolina, a detta di molti studenti, appaiono vaghe e contraddittorie. Mentre i ragazzi vorrebbero solo un po’ di clemenza, vista la drammatica situazione in cui hanno dovuto trascorrere la loro ultima primavera da scolari.

Girando sul web si leggono post e commenti disperati. Ma sarebbe sbagliato pensare che si tratti di un fenomeno legato esclusivamente all’eccezionalità della situazione che si vive in questo periodo. Andando indietro nel tempo, infatti, ogni anno ha avuto la sua dose di lamentele. Per i più disparati motivi. Questa volta è toccato al virus. Dodici mesi fa erano le buste, che hanno fatto incassare soldi a palate agli psicologi. Perché certi traumi segnano per la vita. Prima ancora il dramma era l’alternanza scuola-lavoro. Nel 2013 fu Magris a gettare tutti nel panico. E così via, fino a risalire ai primi esami fatti dopo la riforma a Gentile degli anni ’20. Gli unici di cui non si sia lamentato nessuno. Ma solo perché all’epoca chi si lamentava faceva una brutta fine.

L’eterno ritorno.

La didattica a distanza non funziona“. “I professori danno troppi compiti“. “Non c’è il tempo per studiare bene tutto il programma“. “Altro che esame più facile, questo è il peggio che potesse capitare“. Questi e altri pensieri simili uniscono i diciotto-diciannovenni d’Italia, da nord a sud, nel chiedersi “perché proprio a noi?“. Come se ci fosse un unico grande colpevole delle loro disgrazie.

Di parole di conforto non ne vogliono sentir parlare. “Lo abbiamo fatto tutti“, “Vedrai che poi ti mancheranno questi momenti” o frasi simili sono assolutamente bandite. A meno che non si muoia dal desiderio di essere coperti di insulti d’ogni tipo.

Eppure in tutto ciò, pur in un momento particolare e, si spera, unico nella storia, non c’è assolutamente nulla di diverso dal solito. Le ansie e le paure sono le stesse da sempre. Si rinnovano periodicamente, per ripresentarsi in varie forme a seconda delle disgrazie da cui ciascun maturando si sente perseguitato. Oltretutto, il fatto che quasi ad ogni cambio di ministro dell’istruzione sia corrisposta una qualche modifica, pur minima, nell’organizzazione della maturità ha creato negli anni una latente incertezza del proprio destino, andatasi pian piano a depositare nell’animo di ogni alunno del quinto superiore. E ormai è divenuta normalità.

Così ogni anno ci si trova a leggere gli stessi commenti e le stesse lamentele. In un eterno ritorno dell’uguale, come direbbe Nietzsche, che accompagna i maturandi al grande salto fuori dal guscio della scuola.

#FacceCaso

Di Tommaso Fefè

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