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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Riviere

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Riviere

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è Riviere a passare sotto le grinfie di Giorgia per parlare del suo nuovo singolo “Come il

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è Riviere a passare sotto le grinfie di Giorgia per parlare del suo nuovo singolo “Come il lago”.

In occasione dell’uscita di “Come il lago”, secondo singolo di Riviere per Revubs Dsischi, abbiamo fatto qualche domanda al cantautore milanese, ligure d’adozione, per andare più a fondo – insieme a lui – sulla sua poetica.

Ciao Riviere, partiamo col botto: esprimi un’opinione impopolare che condividi, e che qui trovi finalmente il coraggio di confessare!
Eccoci! Calza proprio a pennello questa domanda. Ho appena finito il rewatch di Game Of Thrones e, se la prima volta a caldo mi ero anch’io unito alla grossa schiera degli scontenti per il finale, devo dire che a freddo ho trovato tutto estremamente coerente, dall’evoluzione dei personaggi fino al giusto epilogo.

“Quando parlano di te” era il tuo primo singolo, oggi “Come il lago” sembra proseguire la medesima riflessione su un amore che pare qui descritto con tono più amaro. Il destinatario è sempre lo stesso? Quanto ti senti cambiato, dal tuo esordio?
È proprio così. Il destinatario è sempre lo stesso, visto con una consapevolezza diversa, dai toni appunto più amari, che è quella dell’ultima strofa prima della parte finale del brano. Dal mio esordio sento di essere cresciuto: in qualche modo “Come il lago” era il giusto e naturale seguito di “Quando parlano di te” e sono contento siano uscite l’una dopo l’altra. Sono pronto ora a mettermi in gioco con gli altri brani che seguiranno e non vedo l’ora di vivere tutto quello che verrà.

Oggi, ti senti più riviera del Tirreno o sponda del Lago di Garda? Come si esce dallo stagnamento del “lago”?
Mi sento sempre riviera del Mar Ligure dovunque vada, con una parte di me che è Isola e Viale Fulvio Testi. Porto dentro di me tutti i posti dove sono stato e dove ho vissuto. Dallo stagnamento del lago si esce riprendendo interamente possesso del proprio io, delle proprie passioni, delle proprie ansie e paure: sono nostre, ci saranno sempre e razionalizzarle ogni volta, che ci si riesca da soli o con l’aiuto di qualcuno non importa, serve a renderle parte di noi e a inscatolarle. Una volta fatto sarà tutto più leggero.

Che rapporto hai con il passare del tempo? Come vivi il tuo passato?
Il passare del tempo è una delle mie paure più grandi. Quella col tempo è una lotta continua e ho imparato, per combatterla, a dedicarmi ogni giorno a prendere tutto il bello da ciò che ho intorno, con il fine di accrescere me stesso. Per quanto riguarda il passato penso che tutte le esperienze, volute o meno, ci formano e siamo poi noi, senza rimpiangerle, a dover decidere se cambiare o meno.

Oggi, essere musicista vuol dire accettare i tempi di un mercato che sembra sempre più affannosamente lanciato alla ricerca di singoli a basso consumo, dalla digeribilità immediata. Tu fai parte di una nuova variegata scuola d’autore: pensi che il pubblico sia ancora disposto a prestarsi ad un ascolto che non sia immediato e velleitario?
Sicuramente è un bel po’ di anni che il mercato musicale, come hai ben detto, ci manda in pasto brani sempre più corti di durata, come se si stesse adattando alla nostra soglia di attenzione giornaliera che va sempre più riducendosi (penso all’esplosione di TikTok rispetto a Instagram, quest’ultimo che ai tempi fu una sorta di “riduzione” di Facebook). Trovo che questa “liquidità” della musica, ottenuta grazie ai servizi di streaming, abbia portato il mercato musicale ad aderirsi agli standard dei social, che non a caso sono vere e proprie piazze virtuali. Penso tuttavia che il cantautore possa benissimo adeguarsi a quello che rimarrà, secondo me, un gusto temporaneo: magari, dopo questo periodo infernale, si tornerà a voler essere pervasi emozionalmente da concept album di due ore e mezza l’uno, mai dire mai.

Regalaci un aneddoto divertente su “Come il lago”. Qualcosa che il pezzo non può raccontare.
Un aneddoto divertente sulla canzone è il suo proto-arrangiamento, ovvero il prodotto finale che immaginavo nella mia testa man mano che scrivevo il testo, nel gennaio del 2020. In quell’ambiente mentale “Come il lago” era una ballad spiccatamente americana con chitarra acustica, contrabbasso, rullante, spiga di grano in bocca, cappello da cowboy e altri cliché: vedendo poi la piega che ha preso la melodia di quel testo, dopo averci messo mano qualche mese dopo, mi viene un po’ da ridere.

#FacceCaso

Di Giorgia Groccia

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