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Fashion Revolution Week, perchè la moda etica e sostenibile ci riguarda da vicino

Fashion Revolution Week, perchè la moda etica e sostenibile ci riguarda da vicino

Che cos'è la Fashion Revolution Week e perché quella maglietta che hai comprato da Zara a soli 5 euro non è stato un affare come credevi. La Fashion

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Che cos’è la Fashion Revolution Week e perché quella maglietta che hai comprato da Zara a soli 5 euro non è stato un affare come credevi.

La Fashion Revolution Week, svoltasi pochi giorni fa, è una settimana interamente dedicata alla sensibilizzazione sui temi della moda etica e sostenibile, organizzata dall’associazione no profit Fashion Revolution Week (di cui vi consiglio di seguire l’account Instagram) fondata tra gli altri da Orsola de Castro. Si sono svolte challenge di tutti i tipi sui social, ci sono stati momenti di riflessione e seminari online.

Ci siamo mai chiesti come i capi di determinati brand costino così poco? La risposta è semplice: sono capi Fast Fashion. I brand di fast fashion hanno come obiettivo principale quello di uscire con nuove collezioni circa ogni due settimane. Oltre quasi ad azzerare il processo creativo dietro il capo, i vestiti costano così poco perché vengono prodotti ottimizzando tutti i passaggi. Queste grandi catene tendono a spostare la produzione in zone del mondo dove il costo del lavoro è molto basso (Paesi in via di sviluppo come il Bangaldesh o l’India) e dove i diritti dei lavoratori sono praticamente inesistenti. Donne e bambini vengono sfruttati, spesso lavorando in ambienti malsani ed edifici fatiscenti, non idonei al tipo di produzione che si fa al loro interno.

Lo dimostra, quale caso emblematico, il crollo di Rana Plaza avvenuto nel 2013, che è proprio l’evento da cui nasce l’idea della Fashion Revolution Week. Il 24 Aprile 2013, in Bangladesh, è crollato un edificio di otto piani che ospitava diversi laboratori tessili a Savar, una cittadina a venti chilometri dalla capitale Dhaka. Nel crollo sono morte 1.135 persone e circa 2500 feriti sono stati estratti vivi dalle macerie. Nel palazzo lavoravano almeno cinquemila persone, soprattutto donne, che producevano capi di abbigliamento anche per noti marchi occidentali. I vertici si sono semplicemente scusati, e non hanno fatto nulla di concreto per migliorare la situazione dei lavoratori.

Non finisce qui. L’industria della moda è la seconda più inquinante al mondo, dopo quella del petrolio, e responsabile del 10% dell’impronta di carbonio mondiale. I vestiti fast fashion si sfibrano molto più facilmente, sono progettati per “auto-distruggersi” così che le persone abbiano sempre bisogno di buttarli e comprarne di nuovi, in un ciclo infinito di inquinamento e consumismo.

E voi? Ne avete sentito parlare o avete partecipato a qualche challenge o iniziativa della settimana?
Se volete approfondire il tema vi consiglio il docu-film “The True Cost” su Netflix, a me ha aperto gli occhi su questi temi!

#FacceCaso

Di Beatrice Offidani

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