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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo dei Little Pony

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo dei Little Pony

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi sono i Little Pony a passare sotto le grinfie della nostra redazione per parlare del singol

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi sono i Little Pony a passare sotto le grinfie della nostra redazione per parlare del singolo.

É uscito il video per “Low Fi”, il nuovo singolo della band italo-americana Little Pony, reduce dalla pubblicazione del nuovo album “Voodo We Do”, fuori per Soundinside Records e in distribuzione Believe Digital. Il videoclip, curatissimo dal punto di vista cromatico, è stato diretto da Benedetto Battipede. Il sound del brano è una sorta di versione meno post punk e più hip hop degli Sleaford Mods, con un groove e un breakbeat irresistibili a cui si aggrappano un rap svogliato ma a suo modo magnetico e il sax.

Il disco contiene canzoni scritte in viaggio, riflessioni sulle ossessioni della modernità e le stregonerie da social… Un rito magico, potente come solo i bambini possono immaginare, per scacciare via il superfluo, il compulsivo, l’ostinata arroganza dell’omologazione coatta delle interazioni nelle piccole e grandi cose del quotidiano. I Little Pony non fanno jazz, non fanno rock, non fanno hip hop nè punk o spoken words su basi funk disco rap; i Little Pony sono fuori moda e fuori dal tempo. Il disagio ha un suono ironico, cupo e rabbioso mentre balla: i Little Pony fanno Voodoo.

Come sempre abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchiere con loro.

Com’è nata la coreografia che accompagna il brano “Low Fi” e come avete deciso cosa sarebbe comparso nel video?
Il video di Low fi nasce dall’idea di utilizzare il corpo come elemento narrativo.
È fortemente ispirato dalla danza contemporanea e da qui la scelta di farlo interpretare da Lia Gusein-Zade’ (Ballerina/Attrice) di cui Marco (Basso) ne segue da anni il lavoro. Eravamo tutti d’accordo nel seguire una precisa linea estetica dove la fotografia, amalgamandosi alla danza, convulsa, a tratti scattosa, potesse essere un tutt’uno con il groove del brano. Il testo, con lo stile che caratterizza la scrittura di Ryan (Voce/Sax/Scratch) parla fondamentalmente della ricerca dell’essenziale. A volte può essere simile ad una lotta, magari intima magari no, altre è più come ballare appunto. L’importante è seguire il flusso e trovare il proprio modo, la propria ispirazione.

Cos’è cambiato a livello di promozione o a livello discografico dal vostro album precedente?
Sono cambiati i Little Pony. In Milky White Way la line up vedeva un altro batterista in gioco, il che dava alla band un’altra sonorità. È con l’ingresso di Valerio ( Batteria/Synth/Efx) che poi si è iniziato a sperimentare verso quelle variabili più funk, dance, hip hop che erano sicuramente già nelle corde, ma inespresse, sonorità e sperimentazioni che poi, con l’ ingresso di Pier ai synth ed organo, è andata ancora oltre. Idem per quello che riguarda la promozione. Anzitutto siamo entrati nella Soundinside Record, che per quanto sia una label fresca, ci ha dato e ci dà una mano costante nella gestione della promozione, tra cui appunto l’averci portato a lavorare con Conza Press.

I Little Pony riescono a sopravvivere anche senza live? Come vi state organizzando in merito?
Senza live si sopravvive, e non è solo una questione economica. In questi anni di pandemia, avendo purtroppo Ryan (Voce/Sax/Scratch) che abita a Roma abbiamo avuto serie difficoltà nel vederci. Abbiamo chiuso un tour di 2 settimane nel gennaio 2020, reduci da una capatina anche in Spagna, pensando che l’anno fosse partito alla grande, e ci siamo rivisti solo nel maggio 2021 in Studio per una prova e qualche live nell’ estate e in autunno. Solo ora, per fortuna, si sta riprendendo a respirare. In tutti i sensi. Ma è da dire che non ci siamo mai fermati. Anche se distanti abbiamo scritto un brano, Never Know, di cui è stato fatto anche un video a firma Ben Battipede, che è uscito come primo singolo out track di Voodoo We Do, il cui missaggio del resto è finito proprio durante il primo lockdown, ed è rimasto nel cassetto fino al 29 aprile, quando finalmente lo abbiamo potuto presentare al pubblico e lo stiamo portando in giro.

Come nasce la vostra collaborazione con Jex di Soundinside Records?
Jex è un amico di vecchia data di Valerio, si sono conosciuti lavorando come tecnici audio. Durante le riprese di Voodoo We Do al Vessel Studio con Albino D’ Amato e Nicola Tranquillo, il Jen 1000 di Valerio si è imballato e siamo corsi da Jex a farci prestare un altro synth. Quando gli abbiamo fatto ascoltare quello che stavamo producendo, si è innamorato del progetto, ed è così che è iniziata la collaborazione, prima con l’uscita di Never Know, poi del resto.

Questo è un sito dedicato agli studenti. Vi va di raccontarci il vostro rapporto con la scuola e il vostro percorso scolastico?
Tranne Ryan, che venendo dagli Usa ha fatto lì tutti gli studi, specializzandosi con la scuola d’arte qui in Italia, noi altri siamo tutti laureati chi in psicologia, chi in musica e spettacolo, chi in . Per quello che riguarda il rapporto con lo studio, è importante qualsiasi studio sia. Noi ancora non abbiamo finito di studiare. Anche la creazione musicale, la gestione di una band, prevede uno studio costante e attivo che tuttora facciamo. Come diceva Eduardo De Filippo: “Gli esami non finiscono mai”.

#FacceCaso

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