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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo album di Beatrice Pucci

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è Beatrice Pucci a passare sotto le grinfie della nostra redazione per parlare del nuovo album.

Esce venerdì 14 aprile 2023 su tutte le piattaforme digitali “Indietro”, il nuovo album di Beatrice Pucci, un nuovo e definitivo capitolo già anticipato dal singolo “Solo il tempo”. Questo disco esplora il lato oscuro ma consolatorio della nostalgia, in ognuna delle tracce esiste il desiderio del ritorno a qualcosa, a volte di indefinito, a volte è un “io”, che si confonde con un “tu”. Il tema del tempo è al centro di tutto, un tempo non lineare che si confonde tra passato e presente, è un luogo temporale indefinito in cui la musica prende vita. La nostalgia in fin dei conti può essere una forza rigenerante, ci si guarda indietro, per ricostruire il futuro.

Noi abbiamo avuto il piacere di intervistarla, a partire come sempre dal suo percorso scolastica, ed ecco come è andata.

Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiederti qualcosa sul tuo percorso scolastico. Com’è andata?
Ho studiato al liceo linguistico della mia città, un percorso di studi che si chiama Esabac. In pratica è un indirizzo che, alla fine dei cinque anni, ti rilascia due diplomi, dopo aver fatto un doppio esame di maturità, in italiano e in francese. Penso sia stato l’indirizzo adatto a me, perché oltre a una classica preparazione da liceo ti dava la possibilità di fare sempre lezioni con i madrelingua e avere conversazioni in lingua, aspetto che a me interessava.
Vero che questo comportava un certo livello di confusione mentale perché studiare tre lingue una dopo l’altra e passare da una all’altra senza sosta, alla fine era provante. A parte questo, sono sopravvissuta ed è una scuola che non mi sono pentita di aver fatto, ho trovato professori in gamba nonostante la precarietà degli insegnanti che spesso cambiavano, alcuni di loro, ogni anno, e nonostante i vari scioperi perché non funzionavano mai termosifoni, certi ricordi restano nella memoria come un periodo tutto sommato “spensierato” della mia vita. Ma non tornerei indietro.

E con lo studio della musica, che tipo di rapporto hai? Credi si possa fare musica anche senza studiarla?
Per anni ho studiato musica prendendo lezioni private fino a che ho deciso di lasciare e comunque continuare a suonare per conto mio. Avevo raggiunto un livello da quarto/quinto anno di conservatorio in clarinetto ma non mi vedevo a proseguire gli studi in conservatorio. Perciò non ho continuato. Sicuramente aver studiato musica ha posto le basi per come tutt’oggi vedo la musica, mi ha dato un metodo che trovo utile anche oggi se devo imparare qualcosa di nuovo. Comunque sì, penso si possa fare musica anche senza studiarla ma consiglio di prendere almeno un anno di lezioni per farsi dare un’impostazione corretta da un professore.

Come mai hai sentito l’esigenza di raccontare questa “difesa” del sentimento della nostalgia? E a quale periodo autobiografico fa riferimento questo disco?
Questo disco ricopre letteralmente eventi o sentimenti accaduti in anni, ci sono ricordi sparsi nel tempo che vado qua e là a prendere, si mischiano creando un tempo in cui non c’è distinzione se un fatto accaduto ieri o anni fa, è un flusso. Questo è accaduto inconsciamente ma a un certo punto mi sono accorta che stava accadendo e ho deciso di seguire quello che stava succedendo.

Ti sei occupata tu stessa della produzione del disco. Hai mai sentito l’esigenza di un team o di un lavoro di squadra su questo disco? In sintesi: ti sei mai sentita sola anche nel tuo lavoro di cantautrice?
Per il momento non ho sentito il bisogno di produrre con una squadra, diciamo che la presenza di molte persone c’è, solo non in senso reale. Non hanno prodotto con me, ma gli altri sono fondamentali. Non mi piace pensare a me stessa come un’isola separata, uno dei miei obiettivi è raccontare storie con un valore emotivo, senza imporre per forza una mia visione, così che tutti possano ritrovare se stessi attraverso queste storie. Immagino sia una cosa ambiziosa da fare però constato che la musica è uno strumento molto potente. L’altro giorno sono andata a un concerto e sono tornata come nuova.

Cosa c’è a Civitavecchia? Cosa ti piace di questo luogo?
Mi piace che non è troppo dispersiva come Roma. E neppure è un paesino di pochissimi abitanti. Lo trovo un ambiente abbastanza in equilibrio con me, senz’altro è perché ci sono nata che la vedo così. Poi, c’è il vantaggio di avere il mare e una luce particolare.

#FacceCaso

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