Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è Emit a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Con il si
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è Emit a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.
Con il singolo Bianco, EMIT torna a interrogare con delicatezza il confine tra razionalità e ispirazione, tra struttura e istinto. Il suo stesso nome d’arte nasce da un acronimo accademico (Economics and Management of Innovation and Technology), ma la sua musica cerca uno spazio personale, profondo, in cui parole e suoni risuonano come frammenti di identità in evoluzione. In questa intervista, l’artista racconta le sue origini, la formazione e quel momento in cui la musica è diventata necessità.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiederti qualcosa sul tuo percorso scolastico. Com’è andata?
È andata fin troppo bene. Nel senso che avrei preferito avere un rendimento mediocre e quindi avere un buon motivo per dedicarmi interamente alla musica. Invece, dato che me la cavavo bene, ho continuato. Ho fatto liceo Scientifico, poi la triennale in Economia e Management per Arte, Cultura e Comunicazione, infine la laurea magistrale, che ora dà il nome al mio progetto: EMIT (Economics and Management of Innovation and Technology). Tornando indietro però adotterei un approccio diverso: un metodo più costante e lungimirante, invece che campare di rendita e ridursi all’ultimo.
È vera quella cosa che si dice, che non si può fare musica se prima non la si studia? Com’è stato per te? Che tipo di rapporto hai con lo studio della musica?
Quasi volevo rispondere a questa domanda già in quella precedente. In realtà ho sempre deciso di non fare musica come studio principale. Pensavo di non voler essere incanalato nella mia creatività. Ovviamente ora so che non aveva senso questa idea. Anzi, mi avrebbe aiutato a sviluppare un metodo di lavoro in questo campo. Comunque fino ai 18 anni circa ho studiato musica con dei maestri e per me è stato fondamentale. Ho anche fatto due estati al Berklee College of Music di Boston, incontrando musicisti da tutto il mondo. Poi in generale da un certo punto in poi lo studio della musica per me ha significato anche viaggiare e incontrare, imparare direttamente dagli altri, osservare. Poi in generale sono sempre stati fondamentali quei periodi di studio di canzoni e musica che mi ispirasse, perché sono i momenti in cui rubi gli ingredienti che ti interessano di più.
Ti ricordi il momento in cui hai capito che la musica non sarebbe stata solo un ascolto, ma qualcosa da fare, da scrivere, da vivere?
Appena ho imparato le prime canzoni ho iniziato anche a comporre e scrivere, quindi direi intorno agli 11 o 12 anni. Senza che te ne rendi conto diventa il tuo modo per tirare fuori quello che senti, perciò ti rimane come processo naturale di espressione, anche solo con te stesso.
Hai iniziato a suonare per esigenza, per caso o per noia? Quanto di quella spinta iniziale è ancora presente oggi in ciò che componi?
Ho iniziato senza pensarci, per ispirazione di alcune cose che ho ascoltato. Ancora oggi è come se ci fosse la stessa fiammella pilota sempre accesa, come quella che rimane dei fornelli a gas di alcune cucine.
C’è stato un artista, un disco o persino un concerto che ti ha fatto dire: “Voglio farlo anch’io”?
Un album sicuramente è The Year of Hibernation di Youth Lagoon. Mi faceva sentire così bene che avrei voluto creare e dare la stessa sensazione anch’io. Poi inconsciamente Lucio Battisti mi ha abituato all’idea perché l’ho ascoltato durante tutta l’infanzia. Quando ho cominciato a suonare, gli Hanson, in particolare con la canzone Penny and Me, mi avevano completamente attratto, e quell’album l’ho ascoltato centinaia di volte. Poi ho scoperto Tracy Chapman e Cat Stevens, e quello è stato l’inizio della fine dell’inizio.


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