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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Derri

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Derri

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è Derri a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Derri è

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è Derri a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.

Derri è il nome d’arte di un giovane artista italiano classe 1997, nato tra Monza e Milano, che ha saputo fondere la passione per il rock DIY con un pop elettronico e personale. Dopo aver mosso i primi passi nella scena musicale indipendente, nel 2024 ha dato vita al suo EP L’illusione di qualcosa d’importante, un lavoro che esplora temi come amore, solitudine e cambiamento, con un sorriso che sa riconoscere la bellezza nell’imperfezione della vita.

Il suo nuovo singolo, Michelle, uscito il 14 ottobre 2025 per Believe Music Italy, rappresenta un ulteriore passo nella sua evoluzione artistica. Il brano mescola ritmi elettronici ballabili con un testo profondo, raccontando la storia di una ragazza che, identificandosi in un ideale di bellezza esteriore, riscopre la propria autenticità. Il nome “Michelle” è stato scelto per evocare l’immagine di Michelle Hunziker, simbolo di perfezione apparente, per poi svelare la vulnerabilità e la ricerca di sé dietro quella maschera.

In questa intervista, Derri ci racconta il suo percorso scolastico, il rapporto con lo studio della musica e le sfide creative che hanno portato alla nascita di Michelle. Scopriremo come la sua formazione accademica e la passione per la musica si intrecciano, dando vita a un progetto artistico autentico e in continua evoluzione.

Questo è un sito dedicato agli studenti, ci racconti qualcosa in più del tuo percorso scolastico, com’è andata?
Che bello! Sapere di parlare a un pubblico studentesco mi fa ancora più piacere. Lo studio ha un valore fondamentale per me e l’ho fatto tantissimo nella vita: sia a scuola che fuori. Ancora adesso studio molto. Scolasticamente ho fatto il liceo scientifico, poi la triennale, la magistrale, un anno di abilitazione e attualmente sono al terzo di quattro anni di specializzazione… Parallelamente ho studiato la chitarra, il canto, la musica in generale. Per me non è mai stato uno sforzo eccessivo, forse perché ho sempre avuto metodo e sono una persona curiosa di mio. A scuola stavo bene (fatta eccezione per le medie che sono state un periodo difficile) e conservo tanti bei ricordi, incontri importanti, stimoli e voglia di imparare ma anche la brama di finirla e buttarmi nel mondo. Ero molto portato per i temi: poi in quello di maturità ho preso 7/15 e ancora non si è capito bene il perché. Qualcuno dice che fosse per qualche faida tra professori della commissione e i nostri.

E con lo studio della musica che tipo di rapporto hai? È vera quella cosa che si dice, che non si può fare musica se prima non la si è studiata?
Si può fare musica anche senza averla studiata, assolutamente. Dipende poi che tipo di musica si voglia fare… Quando fischietti sotto la doccia fai musica. Se si parla di musica che può avere un pubblico il discorso si complica. Potremmo dire che si può fare musica senza studiarla, purché in un qualche modo la si impari. Tanti musicisti famosi non sanno leggerla, non sanno cosa sia una scala, ma la fanno. Credo che evitare lo studio sia uno svantaggio in termini di linguaggio, specialmente di comunicazione con altri musicisti ma, finché si parla di fare musica e basta, non serve necessariamente studiarla. Studiarla dà maggiore consapevolezza e certe cose senza studio credo sia impossibile capirle da soli.

‘Michelle’ parte da un’idea che mischia pop elettronico e cantautorato, raccontando una ragazza che si identifica in un ideale di bellezza esterno (quello di Michelle Hunziker) fino a riscoprire la propria autenticità. Qual è stato il momento — personale o creativo — in cui hai capito che volevi usare questo tema nella tua musica? E come hai deciso che fosse proprio “Michelle” il nome giusto per raccontarlo?
L’idea del brano mi è venuta l’anno scorso proprio a scuola: quella di specializzazione che sto frequentando. Stavamo trattando un modello che spiega il modo in cui le persone possono dare significato alla loro esperienza. Secondo questo modello, la maggior parte delle persone nel mondo occidentale moderno danno significato alla propria esperienza e forma al proprio sé attraverso l’immagine esterna. In parole semplici: si conoscono solo per ciò che viene detto di loro o cosa gli viene detto di sentire o pensare e, se gli viene chiesto di dire la propria (su chi sono o cosa pensano), non sanno cosa dire. Questa cosa mi ha sorpreso e mi sono immaginato una ragazza che ha uno standard di bellezza elevatissimo da mantenere. La donna che appare perfetta più di tutte, secondo me, è sempre stata Michelle Hunziker. Da lì la sfida di scrivere di un’altra ragazza parlando solo di Michelle Hunziker: il risultato è quello che avete sentito!

Il progetto Derri nasce tra Monza e Milano, partendo dal rock DIY e arrivando a un pop più intimo e personale. Guardando indietro a quel periodo, quali lezioni ti porti dietro da quella scena indipendente e in che modo influenzano ancora oggi il tuo modo di scrivere o produrre?
Bellissima domanda! Direi che su tutto mi porto la consapevolezza che per fare un progetto ci vogliono le persone. La cosa che mi rimprovero ancora adesso è quella di non fare più rete. Un’altra consapevolezza è che quando le persone vengono a sentirti dal vivo vogliono un’esperienza che è sensoriale: la canzone importa fino a un certo punto. Vogliono sudare, vogliono sentire l’impatto fisico di quello che racconti e come lo metti in scena. I live vanno curati in modo totalmente diverso dalle canzoni, dove il ragionamento è molto più focalizzato sulla scelta attenta e la pulizia. Guardando sempre indietro: ho conosciuto molti progetti che sono arrivati a livelli altissimi, la maggior parte sono spariti, anche al netto del potenziale. È un mondo difficile a tutti i livelli. Riuscire a farlo è di per sé un successo.

Nella produzione di ‘Michelle’ (curata da Simone Schiavi e Niccolò Russo, con mix e master di Federico Lastella e Antonio Bosco) ogni dettaglio sembra studiato con grande attenzione. C’è un elemento — del suono, del testo o del videoclip — che ti ha dato particolare soddisfazione o che è stato più difficile da realizzare?
Il testo è stato una sfida perché è contorto, anche se appare semplice: si parla di una persona parlando solo di Michelle Hunziker. Un momento particolare è stato quando ho trovato le parole “Tic Tac” “Love Bugs” “Eros” e “Scappa”. L’ordine che abbiamo deciso poi insieme (quello riportato) descrive la parabola della protagonista: la “Tic Tac” è come fosse una pillola, un simbolo di ottundimento che ricorda anche l’ipnosi come suono; “Love Bugs”, oltre alla serie nella quale recitava la Hunziker, rimanda ad un amore sporco, infido e parassitario come quello che le sette utilizzano per tenere in scacco gli adepti (come è capitato anche a Michelle Hunziker); “Eros” non è solo Ramazzotti, suo compagno storico che l’ha aiutata a venire fuori dalla setta, ma è anche la parola che rimanda al moto interiore, è la passione, la voce che esprime chiaramente i nostri bisogni e ci fa essere per chi siamo all’essenza; “Scappa”, beh, è la fuga da quella che è la setta per Michelle Hunziker e, per la protagonista, il ricatto in generale.

#FacceCaso

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