Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi sono gli Anatemah a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi sono gli Anatemah a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.
Gli Anatemah sono un progetto musicale che fonde tradizione e sperimentazione, creando un linguaggio sonoro personale e multilingue. In questa intervista, la band ci racconta il proprio percorso formativo, le influenze artistiche e la filosofia che guida la loro musica.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiedervi qualcosa sul vostro percorso scolastico, com’è andata?
Alessandro:
Male, direi bene. Mi ero iscritto a Scienze Politiche, ma ho capito presto che non era la mia strada. Nel frattempo suonavo, ascoltavo jazz, provavo a capire come funzionava la musica senza avere un piano preciso. Non c’erano corsi di jazz, non c’era un percorso istituzionale: si imparava sbagliando. E questo, a distanza di anni, è stato il miglior corso di studi possibile.
GianRanieri:
Io invece mi sono diplomato in flauto classico. Poi l’ho messo via. Non per rifiuto, ma per curiosità: avevo bisogno di altri suoni, di altre forme.
Michele:
Io ho fatto il contrario: pianoforte, tromba classica, tromba jazz… praticamente tutti i diplomi che si potevano prendere. Ognuno arriva alla musica a modo suo, e va bene così.
E sullo studio della musica cosa potete dirci? È vero che non si può fare musica se prima non la si studia?
Alessandro:
La musica si può fare in tanti modi. Lo studio serve, ma non è una condizione obbligatoria. Puoi far musica con un pianoforte, con un computer, o anche solo con un’idea. L’importante è ascoltare molto, capire cosa ti muove dentro e trovare il tuo linguaggio. Lo studio aiuta a essere più consapevoli, ma non garantisce la creatività. Ci sono musicisti bravissimi tecnicamente che non dicono nulla, e altri che con tre suoni ti spostano il mondo.
Come mai si chiama Anatemah, e quali lingue fanno parte dell’universo di questo progetto?
Michele:
“Anatemah” è una parola inventata. Suona come qualcosa di antico e misterioso, ma non significa nulla di preciso. Ci piaceva proprio per questo: è un contenitore aperto, dove ognuno può trovare la sua lingua. Nel nostro universo c’è il dialetto veneto, l’inglese, il francese, l’italiano, ma anche il linguaggio dei suoni — quello che non ha traduzione. È un gruppo che parla molte lingue, spesso tutte insieme, anche dentro lo stesso brano.
Come fate a bilanciare la vita da musicisti con gli altri impegni quotidiani? Avete qualche consiglio per chi vorrebbe intraprendere la musica seriamente?
GianRanieri:
È una bilancia che non sta mai ferma. Ognuno di noi fa anche altre cose: insegniamo, produciamo musica per altri, organizziamo concerti. Io mi occupo di produzione, Alessandro dirige l’etichetta nusica.org, Michele insegna e suona in diversi progetti. Solo con i concerti non si vive, e lo streaming non paga le bollette. Il consiglio? Tenete la musica al centro, ma costruitevi intorno una vita che la sostenga. E soprattutto: non pensate che “fare il musicista” significhi solo suonare.
Ci sono artisti o generi musicali fuori dal vostro mondo che vi hanno ispirato o influenzato?
Alessandro:
Siamo influenzati da tutto: cinema, danza, pittura, videoarte, rumori, pubblicità, pattume. La musica non vive da sola, è sempre dentro un contesto. A volte l’idea per un brano nasce guardando un film di Tarkovskij, altre da un suono sentito in strada o da un vecchio spot degli anni ’80. Non c’è distinzione tra alto e basso: se qualcosa ti colpisce, diventa materiale sonoro.
Qual è stato il momento più difficile nel vostro percorso musicale e come lo avete superato?
Michele:
Ce ne sono tanti, e tornano ciclicamente. Fare il musicista è una scelta tosta: ci sono momenti di fatica, economica e psicologica. La cosa che ci salva sempre è il gruppo, il dialogo, la possibilità di continuare a creare. Ogni concerto, anche piccolo, rimette in moto il senso di tutto. E poi c’è la curiosità: finché c’è quella, anche le difficoltà diventano parte del mestiere.


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