Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è TUM a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album. Dietro il pr
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è TUM a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.
Dietro il progetto TUM c’è un musicista che ha sempre cercato di costruire la propria strada senza compromessi, mescolando curiosità, tecnica e sperimentazione. La sua musica nasce dall’incontro tra elettronica, strumenti acustici e dettagli sonori raccolti lungo i viaggi e le esperienze di vita, con un approccio che unisce riflessione, virtuosismo e ironia.
In questa intervista, TUM ci racconta il suo percorso formativo, le influenze che hanno modellato il suo linguaggio musicale e come le esperienze scolastiche e personali abbiano contribuito a definire la sua visione artistica. Dalla prima infatuazione per gli strumenti alla scoperta della produzione elettronica, emergono curiosità, aneddoti e momenti di crescita che spiegano la genesi di The Dark Side of Minigolf e il modo in cui l’artista affronta il mondo della musica oggi, lontano dai clamori dei social e dalle regole predefinite del mercato.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiedervi qualcosa in più sul tuo percorso scolastico. Com’è andata?
Mi sono laureato in lingue, ho studiato inglese e spagnolo. Mi è piaciuto molto e mi manca quel periodo della mia vita. Ho adorato la letteratura inglese e mi ricordo ancora benissimo l’esame monografico preparato su Shakespeare…è bello quando ti appasione quel che fai e a distanza di anni ti restano le cose.
E qual è invece il tuo rapporto con lo studio della musica? È vera quella cosa che si dice, che bisogna prima studiare musica per farla bene?
Ho iniziato da autodidatta della chitarra a 14 anni, devo ammettere che non sono mai progredito granchè ma quel che so mi basta per scrivere le canzoni che faccio poi credo che senza l’aiuto di persone più brave intorno a me non potrei assolutamente suonare la musica che puoi ascoltare. Penso a Gabriele al basso o a Stefano alla chitarra il loro apporto su questo disco è fondamentale. Nel post covid andavo spesso in studio da Christian Chierici e pezzi come Bodycheck o The MooN! Sono nate in quell’ambiente e senza Chris non potrebbero esistere. Per cui o sai suonare, o scegli amici che lo sanno fare…non si scappa.
Nel tuo nuovo album racconti viaggi, luoghi e sentimenti personali — quanto è stato importante per te il concetto di “buco/obiettivo/fallimento” (come suggerisce il titolo minigolf) nella creazione delle canzoni?
Quando ho pensato al titolo del disco mi faceva ridere questo concetto di “lato oscuro del minigolf”…come se ci fosse sempre un’altra faccia di una medaglia. Ho passato i 40 e credo sia fondamentale prendere la vita con filosofia e accettare le sconfitte vedendole come punti di ripartenza. La mia musica riflette le mie fragilità, mette in mostra il mio lato umano e fallibile e spero che qualcuno si specchi in queste canzoni e che possa prender coraggio di accettarsi e andare avanti come può.
Quando scrivi una canzone, parti più spesso da un testo, da una melodia, o da un’emozione/sensazione che vuoi trasmettere? Ci puoi raccontare un esempio concreto?
Non ho mai uno schema fisso, di solito se penso di sedermi al tavolo e scrivere una canzone non mi esce nulla. Lay your love, per esempio, è nata mentre camminavo in montagna da solo in un pomeriggio di luglio di 3 anni fa, la melodia mi è entrata in testa come fosse un coro di bimbi e diceva esattamente quello che senti “Lay your love on my babe…” non riuscivo a smetterla di canticchiarla finchè non l’ho registrata dietro la cucina di un rifugio 2 ore dopo. Imbarazzante nascondermi per cantare dietro un telefonino ma non potevo farne a meno se non l’avessi fatto rischiavo di perderla per sempre. Alla fine ce l’ho fatta a rendere l’idea originale perchè la figlia di William cantava in un coro e un pomeriggio l’hanno registrata, un vero onore avere i bimbi nel disco.
Qual è stata la canzone più sfidante da registrare o scrivere in questo disco, e perché?
Komatiport ci ha dato diversi grattacapi, nasce in un safari in sudafrica perchè appoggiavo il barrè sul terzo e il quinto tasto dell’Ukulele e ho chiesto alle persone di cantare con me su quelle due note, per me era già finita così ma poi ho voluto dargli un tocco di Paul Simon e provare a suonarla in levare. In sala prove intanto i ragazzi l’avevano arrangiata tipo Strokes e non capivo più cosa fosse quella canzone. Alla fine l’abbiamo tenuta ukulele, basso, voce e con la batteria di Paolo Merlini abbiam trovato la quadra. Sul finale ho aggiunto il coro registrato in macchina con il mio telefono così si manifesta il pezzo alla radice, senza trucchi, senza inganni.


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