Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi sono I Sordi a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo disco. Abbia
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi sono I Sordi a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo disco.
Abbiamo parlato con I Sordi, duo emergente che torna sulle scene con il loro primo disco SHOCKINI. Tra ispirazioni sociali, processi creativi e l’approccio alla musica senza un percorso accademico tradizionale, Matteo e Riccardo ci raccontano come il loro lavoro riesca a coniugare riflessione personale e impatto sul pubblico giovanile, pur rimanendo fedele a un suono autentico e suonato.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare con il chiedervi qualcosa in più sul vostro percorso musicale?
Non è mai successo che studiassimo davvero musica, nemmeno quando eravamo piccoli. Le altre materie, anche quelle che ci sembravano noiose, ci interessavano e le seguivamo volentieri senza alcun obbligo. Avere una band non è mai stato importante (non ne abbiamo mai avuta una) e anche volendo nessuno dei nostri professori ne sarebbe stato a conoscenza, né tantomeno ci avrebbe sostenuto.
E con lo studio della musica? Credete si possa fare musica, anche senza studiarla prima?
Non abbiamo mai frequentato nemmeno un conservatorio. Affrontiamo lo studio della musica allo stesso identico modo: Matteo non studia mai, mentre Riccardo invece è estremamente diligente. E comunque è falso che per non fare musica si debba per forza evitare di studiarla e non dipende affatto dal tipo di musica.
Il vostro nuovo album si intitola “SHOCKINI” e sembra toccare temi di forte impatto emotivo e sociale. Quali sono state le principali ispirazioni, musicali o tematiche, che hanno guidato la scrittura dei brani di questo nuovo lavoro e quale messaggio sperate che arrivi al pubblico giovanile?
Le tournée con cui abbiamo portato la nostra musica in giro negli ultimi 3 anni è stata decisiva nello spingere la musica di SHOCKINI in una certa direzione, abbiamo ricevuto tanta energia. Al di là di ciò il disco è una serie di rappresentazioni che partono dal nostro quotidiano di (ex)giovani vivi in un oggi decisamente traballino, per non dire violento.
Le rappresentazioni comportano una distanza dall’oggetto rappresentato, che magari può essere utile a sentire e sentirsi con più chiarezza. Se i nostri pezzi riuscissero ad aiutare qualche giovane a vederci un po’ più chiaro allora avremmo un ottimo motivo per essere contenti di questa musica.
Parlando del processo creativo: Quanto tempo dedicate in media alla scrittura dei testi e alla composizione musicale? Quali dinamiche si innescano tra voi in studio, e come riuscite a bilanciare le diverse idee e influenze che ognuno porta nel progetto?
Potrà sembrare una risposta scontata, ma non lo è: impieghiamo il tempo necessario. È difficile quantificarlo, tutte le volte che ci abbiamo provato abbiamo fallito. Certi pezzi vengono in un giorno (o poco più), altri hanno bisogno di mesi per maturare. Fino a quando non siamo convinti entrambi al 100% di quello che abbiamo fatto, non ci fermiamo. Anche per questo le dinamiche in studio non sono sempre semplici. Spesso ci troviamo con delle idee forti che messe a confronto risultano incompatibili. Alla fine si trova una sintesi, che è quella che sentite nella nostra musica.
Il panorama musicale sta evolvendo rapidamente con l’uso dell’intelligenza artificiale e di nuove tecnologie. Come vedete l’interazione tra la vostra musica, che è molto “suonata”, e queste nuove frontiere? C’è spazio, a vostro avviso, per la tradizione rock e per la sperimentazione tecnologica?
Spazio ce n’è tantissimo. È molto stimolante poter integrare i nuovi strumenti all’interno del proprio processo creativo, lo abbiamo fatto e continueremo a farlo. Anche se per noi la cosa importante è che alla base ci sia un’intenzione. Il mezzo è interessante, ma secondario.


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