Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Nevecieca a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album. I Neve
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Nevecieca a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.
I Nevecieca sono una delle realtà emergenti più interessanti della scena indie-rock italiana: una band che nasce in provincia ma con ambizioni e sensibilità che guardano oltre i confini locali. Con il loro disco di debutto, Vacuità, riescono a coniugare momenti di grande introspezione con aperture corali, costruendo un linguaggio musicale personale e maturo. In questa intervista, il trio ci racconta il loro percorso scolastico e musicale, le ispirazioni dietro il concept dell’album e i consigli sinceri per chi sogna di entrare nel mondo della musica.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiedervi qualcosa sul vostro percorso scolastico. Com’è andata?
Edward: Diciamo non benissimo: mi sono fermato alla terza superiore come elettricista, purtroppo non mi sono goduto granché quegli anni.
Marco: A me è andata un po’ meglio, ho fatto il liceo delle scienze umane e ho una laurea in scienze politiche, ma non ho mai vissuto bene il rapporto con la scuola e odio il mondo accademico, quindi forse poteva andare meglio… La grande ironia è che ora lavoro a scuola come educatore, ma anche se sono passato dall’altra parte della cattedra la odio lo stesso.
William: Diploma di perito informatico e triennale di Architettura, che purtroppo ho abbandonato.
E con lo studio della musica che tipo di rapporto avete? È vero che per fare musica bisogna anche studiarla?
William: Sono completamente autodidatta, ma penso si possa dire che mi sono formato sul campo suonando ovunque ne avessi l’occasione.
Edward: Io presi lezioni di chitarra per un annetto circa, ma per il resto posso definirmi anche io autodidatta.
Marco: Anche qua mi tocca fare il secchione: ho preso lezioni di chitarra per qualche anno da adolescente, ma soprattutto per alcuni anni sono stato allievo di Augusto Gentili, cui devo tantissimo. Non è stato solo il mio maestro di basso, ma un vero e proprio maestro di musica a trecentosessanta gradi, e il suo impatto è stato fortissimo anche in Vacuità (tant’è che è nei ringraziamenti del disco).
“Vacuità” è un titolo che apre a molte interpretazioni: cosa rappresenta per voi e in che modo questa idea si è trasformata in un suono, in un’estetica, in un modo di scrivere?
Edward: Il concept di Vacuità nacque durante una lettura di un libro del Dalai Lama chiamato Conosci te stesso, dove spiegava che nulla esiste di per sé, che i problemi della vita diventano tali se siamo noi a far sì che lo siano. Nella stesura dei testi e della musica ho preso spunto da un momento della vita in cui sentivo l’urgenza di intraprendere un percorso che mi desse uno scopo concreto senza perdermi più in “frivolezze”.
Marco: I testi sono interamente opera di Edward e il titolo è volutamente criptico: penso che tutti e tre abbiamo diverse interpretazioni o siamo colpiti da sfaccettature diverse. Personalmente, Vacuità ha sempre riportato alla mente il vuoto, che contemporaneamente è un po’ quello che caratterizza la nostra crisi del quarto di secolo e contemporaneamente è una cosa che mi terrorizza e con la quale faccio fatica a venire a patti… Dannato Horror vacui!
Il disco sembra attraversare momenti molto intimi ma anche aperture più corali: come lavorate insieme nella fase creativa? C’è un metodo condiviso o ogni brano nasce in modo diverso?
Edward: Non abbiamo avuto una metodologia precisa. Alcuni brani, come Coscienza e Lacrime, risalgono alle prime prove che facevo io e William nello scantinato di mia nonna quasi dieci anni fa. Altri nascono da improvvisazioni collettive o dal semplice cazzeggio in saletta. Altre volte ho portato lo scheletro di una canzone e poi ci abbiamo lavorato insieme fino a trovare una quadra.
Molti studenti che ci leggono sognano di formare una band o di pubblicare musica: qual è il consiglio più onesto che vi sentite di dare a chi sta iniziando ora, tra pratica, ascolti e primi esperimenti?
Edward: Sicuramente l’ascolto di musica è fondamentale: ascoltare quanta più musica possibile dei generi più disparati, cercando di non fermarsi ai preconcetti propri o degli altri. Imparare ad ascoltare è un’azione che stiamo piano piano perdendo, ma per un musicista è anche più importante di saper suonare, perché con l’ascolto costruisci la tua identità, capisci quello che ti piace, quello che vuoi essere o che non vuoi essere… o che ti piace anche se è completamente diverso da te.
William: Per il resto diremmo esercitarsi, da soli e soprattutto con altre persone, aldilà del genere che fanno: quando eravamo ragazzini, la gente che suonava era sempre statisticamente poca e raramente i gusti coincidevano perfettamente… ma anche se sembra un ostacolo, è proprio questo il bello, perché suonare con gente diversa ti permette di fare gavetta e imparare un pochino da tutti quelli con cui suoni. La musica è nella maggioranza dei casi un’arte collettiva: ciascuna band è più della somma delle proprie parti.
Marco: Ultima cosa, ma qui più che un consiglio è un augurio/invito: cercate di essere voi stessi quando scrivete.


COMMENTS