Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Alessia Scilipoti a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album. C’è
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Alessia Scilipoti a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.
C’è chi sceglie presto una strada e chi, passo dopo passo, impara a riconoscere la propria voce attraversando mondi diversi. Alessia Scilipoti appartiene a questa seconda categoria: un percorso che parte dal liceo scientifico e dall’ingegneria biomedica, passa per due conservatori e approda a una ricerca musicale intima e profondamente personale.
Nel suo album di debutto Fragile: Contemporary Works for Flute, Breath, and Voice, flauto, voce e respiro diventano un unico gesto poetico, capace di parlare anche a chi non ha familiarità con la musica contemporanea. Con lei abbiamo parlato di studio, scelte, curiosità, tecniche estese e del valore del tempo necessario per capire chi si vuole diventare.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiederti qualcosa in più sul tuo percorso scolastico. Com’è andata?
Sono sempre stata una studentessa molto diligente, probabilmente sia per carattere sia per l’educazione ricevuta. Ho frequentato il liceo scientifico ottenendo sempre ottimi risultati e, dopo la maturità nel 2018, la scelta più naturale è stata continuare con gli studi scientifici, iniziando ingegneria biomedica.
Parallelamente ho sempre studiato musica, ma fino al secondo anno del triennio il flauto aveva un’importanza quasi secondaria rispetto agli altri studi. Credo fosse anche una forma di ingenuità: non conoscevo davvero le possibilità lavorative offerte dal mondo della musica, non l’avevo mai visto da vicino.
Da quel momento ho iniziato a spostare sempre più energie sulla musica: ho concluso la laurea triennale in ingegneria biomedica con ottimi voti e, contemporaneamente, ho chiarito il mio futuro, decidendo di approfondire la musica frequentando due bienni, uno di flauto e uno di musica da camera.
Il consiglio che mi sento di dare è che non c’è fretta di prendere decisioni o di “finire” il prima possibile: in realtà non si finisce mai. È importante ascoltare se stessi, senza farsi influenzare troppo dalle scelte altrui, ma con curiosità, esplorando le tante strade possibili.
Ed è vera quella cosa che si dice? Che per fare musica bisogna per forza prima studiarla? Com’è stata la tua esperienza a riguardo?
Io ho sempre studiato musica. Vengo da una famiglia di non musicisti, quindi non sono cresciuta ascoltando musica classica o lirica. Ho costruito tutto nel tempo, con tantissimo studio e ricerca, e non sono assolutamente ancora soddisfatta.
Non credo esista una verità assoluta: ognuno nasce con un istinto musicale più o meno sviluppato, ma è lo studio, insieme alla costanza, che permette a questo seme di crescere e fiorire.
Il tuo album di debutto, Fragile: Contemporary Works for Flute, Breath, and Voice, esplora un rapporto molto personale tra flauto, voce e respiro. Qual è stato il percorso creativo che ti ha portata a sviluppare questa idea?
Fragile è nato poco a poco. Da alcuni anni, nei concorsi e nei concerti, eseguivo Voice di Tōru Takemitsu, che aveva sempre un riscontro molto forte anche da parte di ascoltatori non avvezzi alla musica contemporanea.
Lì ho colto la potenzialità del gesto teatrale e poetico nella musica. Ovviamente bisogna crederci profondamente: si tratta di un lavoro di analisi e scoperta di sé e delle molteplici “voci” del flauto. Da lì, con curiosità e ricerca, ho approfondito un repertorio che esplorasse questo aspetto.
Il legame tra musica e poesia esiste da sempre, ma ciò che trovo originale è che il flautista reciti mentre suona, nonostante stia utilizzando uno strumento a fiato.
Hai studiato in due conservatori con il massimo dei voti e collaborato con realtà come l’Orchestra del Teatro alla Scala e l’Orchestra RAI. In che modo queste esperienze hanno influenzato il tuo approccio a una musica così intima e contemporanea?
Prima di lasciare la Sicilia non avevo davvero idea di cosa significasse lavorare con la musica, e non avrei mai immaginato di poter suonare con orchestre come la RAI o la Scala. Alcuni ambienti mi hanno letteralmente aperto gli occhi.
Il Conservatorio di Milano, con le prime esperienze con l’Orchestra Sinfonica di Milano, è stato fondamentale: per la prima volta ho provato l’adrenalina e la responsabilità di guidare una fila di flauti.
Un’altra esperienza decisiva è stata l’Accademia Chigiana di Siena, dove mi sono confrontata con flautisti di altissimo livello provenienti da tutto il mondo. Lì ho capito quanto ci fosse ancora da scoprire e sognare.
Queste esperienze mi hanno formato moltissimo, sia per il contatto diretto con l’attività professionale e con direttori di fama internazionale, sia perché mi hanno permesso di allargare sempre di più i miei sogni. Vedere per credere, e sognare più in grande.
La tua pratica fa largo uso di tecniche estese e della gestione del respiro come elemento narrativo. Quali aspetti tecnici o corporei ritieni fondamentali per rendere viva questa dimensione sonora davanti al pubblico?
Non ho un approccio “speciale” alle tecniche estese, se non quello di studiare quotidianamente il suono, il suo controllo e i colori. Lavoro molto sulla ricerca di un equilibrio sottile tra rilassatezza e controllo muscolare del corpo.
Dedico molta attenzione anche al respiro, non solo insieme allo strumento, ma attraverso l’attività fisica e lo yoga. Una delle cose su cui rifletto spesso — e che rientra tra gli aspetti da migliorare — è imparare a smettere di controllare il respiro nella vita quotidiana.


COMMENTS