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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo album degli Amsterdam Parkers

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo album degli Amsterdam Parkers

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono gli Amsterdam Parkers a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono gli Amsterdam Parkers a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.

Su questo sito dedicato agli studenti, non potevamo non partire dal percorso scolastico dei membri degli Amsterdam Parkers. Tra esperienze diverse e studi più o meno approfonditi, la band riflette su quanto ciò che hanno imparato – anche al di fuori della musica – influenzi oggi il loro modo di scrivere e lavorare insieme. La conversazione si sviluppa tra formazione, istinto, rimpianti e tensioni emotive, raccontando come ogni canzone diventi un piccolo spazio per rimettere ordine nelle emozioni e confrontarsi con la realtà adulta.

Questo è un sito dedicato agli studenti quindi non possiamo che chiedervi qualcosa sul vostro percorso scolastico. Com’è andata? Quanto quello che avete studiato — anche al di fuori della musica — ha influito sul modo in cui scrivete e lavorate oggi come band?
Ciao wagliòòò! Beh, diciamo un mezzo disastro! Alcuni di noi sono laureati, altri no, ma alla fine quello che vai a fare lavorativamente parlando conta più di tutto. Non è detto che una laurea ti indirizzi al lavoro dei tuoi sogni. Oppure lo fa, ma poi scopri un ambiente tossico. Le 8 ore di ufficio ti logorano, ti cambiano. Scriviamo molto sul lavoro, sul futuro, sulla difficoltà di farsi spazio al giorno d’oggi. È una realtà dura purtroppo.

E con lo studio della musica che tipo di rapporto avete? È vera quella cosa che si dice, che bisogna prima studiarla per poi farla? Oppure nel vostro caso è stato più un equilibrio tra formazione, istinto e confronto reciproco?
Abbiamo tutti studiato musica, chi più a lungo, chi meno. Ovviamente le basi ti aprono la testa, ti aiutano a comporre ed è il miglior mezzo per poter tradurre un’emozione in note. Ciò che ascoltiamo gioca però un ruolo fondamentale: impariamo molto dalle cover e dalle emozioni che ci trasmettono le nostre canzoni preferite.

In Basta Dirlo la comunicazione è centrale, ma spesso arriva quando è già troppo tardi: le canzoni sembrano nascere più dal rimpianto che dall’urgenza del presente. Scrivete pensando a ciò che non è stato detto nel momento giusto, o la scrittura diventa proprio il luogo in cui provate a rimettere ordine dopo?
Bella domanda… non crediamo ci sia un’unica risposta, dipende dal brano. Alcuni pezzi risalgono a 7 anni fa. Ascoltati oggi, a 30 anni, sembra ci sia un filo comune nostalgico, sporcato dai rimpianti. Altri pezzi invece sono attuali, riguardano gli Amsterdam Parkers che sono ormai 30enni, rassegnati al loro destino da impiegati. Scrivere ci aiuta a rileggere le nostre emozioni, che non sempre riusciamo ad interpretare.

Molti brani lavorano su una tensione tra immediatezza melodica e fragilità emotiva, come se la forma “pop” servisse a veicolare contenuti meno rassicuranti. Quanto è stato consapevole questo equilibrio tra accessibilità e vulnerabilità nella costruzione del disco?
Ci piace creare queste contrapposizioni tra testi e melodie. La tristezza di una parola spinta dalla grinta di un riff ci è sempre piaciuta. Rendere accessibile la vulnerabilità è bellissimo: siamo circondati dal “machismo”, dal dover costantemente dimostrare che si è forti, belli, che nulla ci scalfisce, ma non è così. Ed è bello che non sia così, altrimenti il mondo sarebbe dominato solo dalla positività, che spesso è confusa con la salute. Per noi è altro: è l’essere capaci di esprimersi liberamente.

Nel disco non c’è mai un vero punto di rottura o di catarsi definitiva: anche quando le canzoni sembrano aprirsi, resta sempre qualcosa in sospeso. Avete volutamente evitato una chiusura netta, emotiva o narrativa, per restare fedeli a un’idea più realistica delle relazioni?
Puntiamo tanto sui climax. I nostri pezzi crescono, crescono, fino al culmine di un finale deciso (Mon The Biff!). Sentiamo in tutto il disco un movimento di sali e scendi, come un’onda, l’ultima onda del mare di Amara. Basta Dirlo vuole chiudere il ciclo del “riprovare”, “ripetere”, “ri-qualsiasialtroverbo”. Abbiamo raggiunto la consapevolezza che quanto è stato vissuto, è ormai andato. Con questo disco, rompiamo ciò che siamo stati per dare spazio a dei nuovi noi. Un po’ come le foglie in autunno: se non cadessero, non ci sarebbe spazio per la primavera!

#FacceCaso

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