Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è GREAMS a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album. La musica di G
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è GREAMS a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.
La musica di GREAMS ha sempre navigato tra sonorità elettroniche sofisticate e sensibilità pop, conquistando un pubblico curioso e attento alle sfumature. Con l’uscita della versione Deluxe del suo album di debutto, l’artista ci racconta il percorso che ha portato alla realizzazione di nuovi brani, remix e collaborazioni, parlando del suo percorso personale, delle influenze artistiche e dei consigli per chi vuole sviluppare il proprio stile musicale. In questa intervista, GREAMS si apre con sincerità, tra ricordi di scuola, esperienze formative e l’ossessione per l’ascolto che alimenta la sua creatività.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi per prima cosa ti chiederemmo qualcosa in più sul tuo percorso scolastico. Com’è andata?
Sono diplomato come perito informatico, ma alla tesi ho portato la vita di Kurt Cobain.
Sono stato bocciato in primo superiore per via dei 90 giorni di assenza passati in sala giochi davanti a Street Fighter e Metal Slug. Suonavo in un gruppo grunge e rompevo le chitarre sul palco, poi la mattina la prof. di informatica mi interrogava sui linguaggi server e le loop in C++.
Secondo te è vera quella cosa che si dice della musica, che per farla devi prima anche studiarla?
Ho studiato musica elettronica alla SAE di Amsterdam, per avere una base tecnica e per inquadrare meglio il genere e la struttura. Credo che lo studio sia fondamentale per ogni cosa, ma per fare musica ci vuole principalmente tanto, tanto e tanto ascolto. Ci sono tantissime realtà in Italia e all’estero che vale la pena scoprire per riconoscersi e lasciarsi ispirare.
Bisogna essere ossessionati dall’ascolto, andare a scovare roba fuori dai radar, capire cosa ti muove dentro. È la curiosità che ti dà lo stile.
La versione Deluxe del tuo album di debutto include nuovi brani, remix e collaborazioni — come hai scelto con chi lavorare e com’è cambiato il tuo approccio creativo rispetto alla versione originale?
Ho chiesto semplicemente alle persone che sentivo più affini. Non è stato un calcolo, ma una questione di stima per il loro suono. Se il primo disco era un lavoro molto personale, con la Deluxe ho voluto vedere cosa succedeva aprendo quel perimetro ad altre influenze. Con Luca Urbani è stato un onore, lo seguivo dai tempi dei Soerba, un gruppo storico che adoro.
Con Stefano (CASTELLI) ne parlavamo già da un po’ e non vedevo l’ora di incrociare i nostri suoni.
I Moon in Scorpio, invece, sono una realtà familiare, perché abitiamo la stessa città. Capita di beccarci in quartiere e il loro ultimo album è una figata pazzesca. E poi c’è Ray Romijn, che è un amico fraterno a cui voglio un bene enorme. Con lui condivido tutto, dalle confidenze ai progetti musicali.
Guardando alla tua crescita come artista, quali momenti o esperienze pensi abbiano maggiormente influenzato il suono e le tematiche del tuo album?
Sicuramente scoprire nuovi artisti mi catapulta nei loro mondi, divento loro per un periodo, penso come loro e ragiono come se fossi loro. Dopo che li ho digeriti torno ad essere me e quello che rimane alla fine del ciclo è una vista diversa sulle cose ed un orecchio completamente rinnovato e consapevole. Le mie influenze riguardano però anche film, i bei film d’autore, quelle storie raccontate dal proprio e personale punto di vista che ti regalano immagini ed atmosfere da cui attingere. Cito Strawberry Mansion, un sogno ad occhi aperti.
Alla fine, però, il filtro finale rimane il mio bambino interiore, cerco di guardare e ascoltare attraverso i suoi ricordi e i suoi desideri, immerso in quei colori che mi hanno formato e che ancora oggi mi rassicurano.
Se dovessi consigliare a un giovane musicista alle prime armi un approccio per sviluppare il proprio stile, quale sarebbe il consiglio principale che daresti?
Gli direi di ascoltarsi, di prestare attenzione ai suoi disagi, ai messaggi che arrivano dal corpo. Perché dentro di noi abbiamo già le risposte, sembra quasi scontato, ma il proprio stile lo si trova semplicemente ascoltando noi stessi e cosa ci piace. Siamo tutti autentici e quando riusciamo a trasmettere la nostra personalità stiamo creando il nostro stile.
Poi bisogna “rubare” con intelligenza, ascoltare tantissima musica, frequentare i concerti, immergersi nelle scene indipendenti e circondarsi di stimoli positivi.


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