Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono gli Aura Q a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Gli A
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono gli Aura Q a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.
Gli Aura Q, progetto musicale emergente nato dall’incontro tra Marco Fagotti e Jacopo Matia Mariotti, si muovono tra sonorità acustiche e sperimentazioni elettroniche, con l’obiettivo di creare un linguaggio sonoro che vada oltre l’estetica. In questa intervista, i due musicisti raccontano il loro percorso scolastico e musicale, le scelte creative e la filosofia dietro i loro brani, come il singolo Sand, che invita a osservare il mondo con occhi nuovi.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiedervi qualcosa sul vostro percorso scolastico. Com’è andata?
Marco: Mi sono diplomato al Liceo Artistico.
Jacopo: Ho preso la maturità al Liceo Scientifico, studiando parallelamente in conservatorio dove ho conseguito il Diploma Accademico di secondo livello in violoncello.
E con lo studio della musica che rapporto avete? É vera quella cosa che si dice, che bisogna prima studiarla la musica, prima di farla?
Marco: Io l’ho studiata da giovane prima privatamente poi da solo. Ma come musicista sono molto istintivo. Ci sono artisti che sanno fare 6 accordi con la chitarra e producono cose meravigliose e diplomati in composizione che non sono in grado di mettere in fila un’idea musicale personale (come anche il contrario). Ci sono ragazzi oggi che fanno trap e scrivono cose bellissime lavorando con il midi del computer senza saper suonare uno strumento musicale. Direi che se uno vuole studiare è giusto che lo faccia se uno preferisce seguire altre strategie, va bene lo stesso.
Jacopo: Dipende molto dal genere musicale che uno sceglie come proprio mezzo di espressione. Se devo suonare il concerto di Schumann per violoncello e orchestra di sicuro sarà necessario avere una base solida fatta di anni e anni di studio accademico, mentre per quanto riguarda il mondo del pop, dell’indie o altri generi più istintivi, io credo che lo studio accademico possa talvolta essere addirittura controproducente perché l’eccessiva impostazione potrebbe quasi limitare la creatività.
Nel vostro progetto Aura Q mettete in dialogo strumenti acustici come pianoforte e violoncello con l’elettronica di ricerca.
Quanto influisce questo mix sui vostri processi creativi e compositivi? È qualcosa che nasce da anni di studio o da una volontà di esplorare nuovi territori sonori?
Marco e Jacopo: Per scrivere, almeno fino ad ora, usiamo i nostri strumenti di base, il piano e il cello. Questo ci ripara da un sacco di problemi, non ultimo che se non c’è corrente non si possa suonare (sto scherzando ovviamente). Facciamo anche uso dell’elettronica e dei software per ampliare gli orizzonti e ciò, per ovvie ragioni, influenza il nostro modo di fare musica; ma è indipendente dagli anni di studio. Io e Jacopo abbiamo una formazione musicale molto diversa ma questo non ci impedisce di lavorare insieme con grande intesa.
Il vostro singolo “Sand” parla di rallentare lo sguardo e riportare alla luce ciò che diamo per scontato, quasi come un invito a guardare “la realtà” con occhi diversi. Quanto c’è di riflessione personale o di esperienza concreta in questo approccio tematico?
Marco e Jacopo: Il disco è un invito indiretto ad appoggiare lo sguardo con maggiore attenzione verso cose che ormai diamo per scontate, per non restare imprigionati nell’idea che la vita si possa svolgere all’interno di spazi virtuali. È un’illusione che si riconosce come tale solo quando ha già fatto danni. Ci sono alberi da abbracciare, fiori da annusare, animali da accarezzare. Un mondo da cui imparare che passa inosservato e non sta lì a caso. Che ci piaccia o no siamo parte della natura ed è alla natura che dobbiamo chiedere spiegazioni. Lei ce le offre da sempre gratuitamente senza controindicazioni.
Nel descrivere il vostro progetto avete detto che la musica per voi non è solo estetica ma un “veicolo di informazioni”. In un’epoca in cui i giovani consumano musica soprattutto attraverso schermi e playlist, come pensate che questa vostra visione possa “attivare un dialogo” con chi ascolta?
Marco e Jacopo: Che la musica esca da una playlist o da uno strumento reale fa poca differenza, l’informazione che essa reca passa comunque perché è inglobata nel suono, nel fenomeno vibratorio che il suono manifesta. Certo andrebbe ascoltata fuori dagli auricolari per coglierne certi effetti fisici. Quello che non passa è ciò che, per ragioni che non conosco, non viene insegnato, specialmente nelle scuole. Che il suono sia una entità fisica lo sanno tutti, ma che abbia il potere di modificare la materia, la struttura cellulare o intervenire nella cura di malattie non lo sa quasi nessuno. C’è un mondo da scoprire dentro il suono, un mondo che porterebbe la coscienza umana ad un livello più elevato. Io confido nelle generazioni che oggi hanno 20 anni perché forse, in futuro, impareranno a impiegare questi poteri della natura. Il problema è che sono gratuiti.


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