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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Alessandro Aruta

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Alessandro Aruta

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Alessandro Aruta a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Al

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Alessandro Aruta a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.

Alessandro Aruta è un cantautore che ha saputo fondere una formazione classica con esperienze rock, alternative e pop, costruendo un percorso unico che lo porta oggi a creare canzoni capaci di coniugare introspezione, energia e immediatezza. Con il debutto da solista con Tempo e Rimedi e il nuovo singolo “Vivi la vita degli altri”, Aruta racconta il suo viaggio artistico, tra momenti di ricerca personale e aperture di tour importanti.

La tua carriera è iniziata con una formazione classica e tante esperienze rock‑alternative, poi hai affrontato un lungo periodo di ricerca personale e infine hai debuttato da solista con Tempo e Rimedi. In che modo questo percorso, così ricco e variegato, ti ha aiutato a definire la tua identità artistica attuale?
Credo che la mia identità artistica non sia nata in linea retta, ma per stratificazioni. La formazione classica mi ha dato disciplina e rispetto per la struttura. Il rock-alternative mi ha insegnato l’urgenza, l’istinto, l’energia viscerale. Poi c’è stato un periodo di silenzio e ricerca personale che, col senno di poi, è stato fondamentale: lì ho iniziato a chiedermi non “che musica voglio fare?”, ma “chi sono quando scrivo?”. Con Tempo e Rimedi ho fatto pace con tutte queste parti. Ho capito che non dovevo scegliere un’etichetta, ma trovare una coerenza interiore. Oggi la mia identità non è uno stile preciso: è uno sguardo. È il modo in cui osservo le cose e le trasformo in racconto.

Hai attraversato momenti di pausa dalla scena e poi sei tornato, partecipando a eventi come THE COACH, EMERGENZA LIVE, SANREMO ROCK e aprendo anche il tour di Russell Crowe. Qual è la lezione più importante che hai tratto da queste esperienze “fuori dal comune” prima di consolidare la tua attività da cantautore?
La lezione più importante è stata questa: il palco non è un punto di arrivo, è uno specchio. Eventi come EMERGENZA LIVE o SANREMO ROCK ti mettono in una dimensione competitiva, dove devi imparare a stare sotto pressione. L’apertura del tour di Russell Crowe, invece, mi ha fatto capire cosa significa reggere un pubblico che non è lì per te — e conquistarlo comunque. Ma più di tutto ho capito che il riconoscimento esterno non può essere il motore principale. Se sali su un palco per dimostrare qualcosa, prima o poi ti svuoti. Se ci sali per condividere qualcosa, resti in piedi.

Il tuo nuovo singolo “Vivi la vita degli altri” esplora il conflitto tra conformismo e autenticità. Che ruolo ha avuto il produttore MOLLA nel portare fuori questa tensione emotiva dal tuo songwriting verso una forma sonora contemporanea?
Con MOLLA è successo qualcosa di molto naturale. Io ho spesso una scrittura musicale molto densa, quasi cinematografica, a volte ho la tendenza riempirla di layer. Lui ha avuto la capacità di “spogliare” il brano senza impoverirlo. Ha lavorato sulle dinamiche, sui vuoti, sui contrasti. Ha dato una veste sonora contemporanea a una tensione che nasce da qualcosa di molto intimo. In studio mi ha spinto a non proteggermi troppo, a lasciare che la fragilità rimanesse evidente anche nella produzione. Il risultato è un equilibrio tra introspezione e immediatezza. E questo per me era fondamentale.

Nella tua discografia emergono influenze molto diverse — dal blues al funk, dal pop all’alternative — e tutte queste esperienze sembrano convivere in un modo molto personale. Come scegli quali tratti del tuo bagaglio stilistico far emergere in una canzone come “Vivi la vita degli altri”?
Non parto mai dallo stile. Parto dalla domanda che la canzone mi sta facendo. Se il brano nasce da un conflitto, magari emerge di più l’anima alternative. Se c’è ironia o ritmo, può affiorare qualcosa di più funk o pop. Nel caso di “Vivi la vita degli altri” sentivo il bisogno di un equilibrio: una struttura accessibile, quasi pop, ma con una tensione sotterranea che non fosse troppo levigata. È un processo quasi istintivo. È come scegliere il vestito giusto per una storia: non deve coprirla, deve amplificarla.

Negli ultimi anni hai cantato, suonato e scritto in contesti molto differenti tra loro, dal live tradizionale ai talent e alle aperture di tour importanti. Guardando al futuro, cosa senti di voler esplorare o sperimentare ancora di più nel tuo percorso creativo?
Mi interessa approfondire la dimensione narrativa. Sto lavorando a uno spettacolo di teatro-canzone perché sento il bisogno di unire ancora di più parola e musica. Vorrei che il pubblico entrasse in un’esperienza, non solo in una scaletta. Mi affascina l’idea di contaminare linguaggi — musica, racconto, immagini — e costruire qualcosa che abbia un respiro quasi cinematografico. Allo stesso tempo, voglio continuare a scrivere canzoni sempre più essenziali. Togliere, invece che aggiungere.

Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che concludere chiedendoti anche qualcosa in più sul tuo percorso scolastico. Com’è andata?
È andata in modo molto umano: con entusiasmo per quello che mi appassionava e con più fatica per ciò che sentivo distante. La scuola però mi ha dato due cose fondamentali: il confronto e l’errore. Il confronto con persone diverse da me, e l’errore come parte del percorso. Ho capito presto che non devi essere perfetto in tutto, anzi in realtà neanche ci provavo, ma autentico in quello che scegli di fare. Se posso dire una cosa agli studenti è questa: non abbiate fretta di definirvi. Le strade non lineari non sono deviazioni, sono costruzioni. Ma seguite il vostro cuore senza compromessi.

#FacceCaso

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