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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Bonje In Yurt

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Bonje In Yurt

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Bonje In Yurt a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Bonje

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Bonje In Yurt a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.

Bonje In Yurt nasce come progetto che intreccia suggestioni di culture, vissuti personali e un nomadismo espressivo che si traduce in un suono vitale e versatile. Con il suo ultimo singolo “RESTA”, pubblicato il 30 gennaio 2026, il progetto approda a una dimensione più intima e diretta, scegliendo l’italiano come veicolo narrativo di immagini quotidiane e tensioni interiori. Il brano trasforma dettagli di vita in simboli universali capaci di creare un legame immediato con l’ascoltatore e diventa un momento clou dei suoi live, mantenendo un forte legame autobiografico e generazionale (video ufficiale su YouTube). In questa intervista, Bonje In Yurt ci parla di identità artistica, del rapporto tra movimento e radicamento, dell’approccio alla scrittura e alla vocalità, e di come si intrecciano esperienza personale e racconto universale nella sua musica.

Bonje In Yurt nasce come progetto che intreccia suggestioni di culture e vissuti personali — come sintetizzeresti oggi la tua identità artistica dopo l’uscita di “RESTA”?
Bonje in Yurt per me è prima di tutto un luogo mentale. La yurta, nella tradizione nomade, è una casa che puoi smontare e rimontare ovunque. Mi piace pensare che la mia musica funzioni allo stesso modo: è uno spazio dove porto dentro suoni, immagini e frammenti di vita che ho raccolto lungo la strada. Dopo “Resta” sento che l’identità del progetto è diventata più chiara. Non è più solo una ricerca sonora tra psichedelia e canzone d’autore, ma un modo di raccontare il mondo partendo da piccoli dettagli umani. Mi interessa quella linea sottile tra movimento e radicamento: il bisogno di andare e quello di fermarsi. “Resta” nasce proprio lì, in quel punto di tensione.

Il nome stesso del progetto evoca nomadismo e spostamenti; il video di “RESTA” sembra giocare proprio su momenti di attesa e movimento. Quanto il concetto di viaggio, reale o interiore, è centrale nel tuo lavoro?
Il viaggio è centrale, ma non lo intendo solo come spostamento geografico. A volte il viaggio più grande è quello che succede dentro una stanza o dentro una relazione. Nel video di “Resta” c’è questo gioco continuo tra attesa e movimento perché è una sensazione molto reale: spesso siamo in cammino, ma allo stesso tempo qualcosa dentro di noi chiede di fermarsi. È un paradosso che mi affascina molto. Mi sento un viaggiatore statico: qualcuno che osserva, raccoglie storie e poi le rielabora. Il nomadismo del progetto non è solo fisico, è uno sguardo che si muove.

Nel tuo approccio alla scrittura spesso parti da esperienze quotidiane. Che differenza c’è tra raccontare un episodio personale e farlo diventare un video con potenziale universale?
Quando parti da un episodio personale il rischio è che rimanga chiuso dentro la tua esperienza. Il lavoro sta proprio nel togliere gli elementi troppo specifici e lasciare solo l’ossatura emotiva. Se una storia funziona davvero, a un certo punto smette di essere tua. Diventa una situazione riconoscibile, qualcosa in cui chi guarda può entrare. Per me il passaggio dall’esperienza privata al racconto universale avviene quando riesci a trasformare un ricordo in un simbolo. Non racconti più solo quello che è successo, ma quello che quella situazione rappresenta.

La tua vocalità viene descritta come personale e versatile, capace di abbracciare registri molto diversi. Nella produzione di “RESTA” come hai lavorato sulla voce per raccontare la storia che volevi?
Per “Resta” ho lavorato sulla voce cercando di non renderla troppo levigata. Volevo che restasse umana, con le sue imperfezioni e le sue tensioni. La canzone parte molto raccolta e quasi intima, come se fosse un pensiero detto a bassa voce. Poi cresce e nel finale si apre in qualcosa di molto più fisico ed emotivo. Dal vivo questa cosa diventa ancora più evidente, perché il brano esplode in un finale molto coinvolgente che tende ad allungarsi. La voce in questo caso non doveva solo cantare la storia, ma accompagnare proprio quel passaggio emotivo.

Nel video di “RESTA” c’è un forte senso di cinema di strada, quasi di reportage. Che tipo di immaginario visivo ti interessa evocare quando pensi a un video musicale?
Per me la dimensione visiva nasce già nel momento in cui scrivo una canzone. Quando compongo iniziano subito ad affiorare immagini, luoghi, piccoli frammenti di scena, quasi come se la mente stesse già costruendo delle inquadrature. Per questo il video non lo percepisco come qualcosa che viene aggiunto dopo. È piuttosto il modo più diretto per rendere visibile quell’immaginario che esiste già dentro la musica.

Guardando ai tuoi precedenti lavori, quanto pensi che “RESTA” rappresenti una vera trasformazione per te come artista, e quanto invece un’evoluzione naturale del tuo percorso?
“Resta” per me è entrambe le cose. Da una parte è un’evoluzione naturale, perché molte delle intuizioni erano già presenti nei lavori precedenti: la contaminazione tra suoni world music e scrittura più cantautorale, l’attenzione alle immagini, il tema del viaggio. D’altra parte è anche un passaggio importante perché sento di aver trovato una maggiore essenzialità. Ho tolto molte sovrastrutture e ho lasciato più spazio al nucleo emotivo della canzone. Se i lavori precedenti erano una fase di esplorazione, “Resta” è il momento in cui alcune coordinate diventano più chiare. Non tanto un cambio di direzione, quanto la sensazione di aver trovato una strada che riconosco come mia.

#FacceCaso

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