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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Naesh

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di Naesh

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Naesh a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Con quasi ven

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Naesh a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.

Con quasi vent’anni di esperienza nella scena rap indipendente, Naesh torna con “Vita Lenta”, un singolo che racconta il bisogno di rallentare in un mondo che spinge sempre alla velocità. Tra sonorità morbide e influenze jazz e soul, il brano diventa un momento di riflessione personale e collettiva: un invito a dare valore alle piccole cose, alle esperienze quotidiane e a uno sguardo più attento sul proprio percorso di crescita, sia artistica che umana. In questa intervista, Naesh ci racconta il senso di “Vita Lenta”, la sua evoluzione musicale e come la scena rap e la vita scolastica abbiano influenzato il suo percorso.

“Vita Lenta” racconta un bisogno di rallentare in un contesto che spinge sempre alla velocità: è una presa di posizione personale o una risposta a qualcosa che senti nel mondo attorno a te?
Entrambe le cose. È una riflessione sulla mia vita fino ad un certo punto, ma anche su quello che vedo intorno a me, che succede ciclicamente. Ci sono ragazzini che fanno gli stessi errori che facevo io alla loro età. In una barra mi sono permesso di dare loro un consiglio: “meglio liberi che ricchi”.

Il brano ha sonorità più morbide, quasi jazz e soul, rispetto a certo rap più diretto: è un’evoluzione naturale del tuo suono o una scelta precisa per questo momento?
Sono un grande appassionato di soul e jazz. Non è la prima volta che realizzo un brano con queste influenze musicali. In futuro mi piacerebbe collaborare con musicisti per realizzare qualche traccia. Voglio andare sempre più verso questa direzione, senza rinunciare alla potenza e alla crudezza del rap.

Hai attraversato quasi due decenni di scena indipendente: com’è cambiata, secondo te, l’esperienza di ascolto della musica rap da allora a oggi?
È cambiato tantissimo soprattutto per quanto riguarda la fruizione della musica. Ora risulterò un po’ boomer, ma ricordo benissimo quando si comprava un CD che magari aspettavi da chissà quanto. Non c’era quell’immediatezza che c’è ora, in cui a mezzanotte esce un album e a mezzanotte e un minuto lo stai già ascoltando. La musica durava di più proprio per quello: ci si gustava di più le cose perché tutto era più complicato.

Prima di Spotify e delle piattaforme, come circolavano i tuoi pezzi e quelli della scena locale? Quanto contavano passaparola, live e mixtape?
Il mio primo album nel 2006 l’avevamo messo in free download su un dominio creato apposta. Più avanti abbiamo sfruttato il boom di YouTube, facendo qualche video che incuriosiva gli ascoltatori. I live ci hanno permesso di connetterci con altre realtà locali, creando amicizie durature e collaborazioni interessanti. Ricordo con affetto la presentazione alla “Talpa e l’orologio” di Imperia, per un mixtape dei Gigaflow che coinvolgeva tutta la scena ligure dell’epoca.

Oggi invece, per “Vita Lenta”, che tipo di lavoro state facendo sulla promozione? Più digitale, più territoriale o ancora legato al contatto diretto?
Il discorso live si aprirà a maggio con l’uscita dell’album. Per ora ci stiamo affidando a radio, piattaforme digitali e spazi come il vostro.

Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che chiederti qualcosa riguardo il tuo percorso scolastico. Com’è andata?
La vita lenta c’entra anche nel mio percorso scolastico. Fino a qualche anno fa mi sentivo perso a livello lavorativo. Avevo un diploma di Ragioneria ma non ne facevo nulla. Da cinque anni lavoro in una comunità per tossicodipendenti, e questo lavoro mi ha dato una strada scolastica: sono al terzo anno di università in “Scienze dell’educazione e della formazione”, e sta andando bene.

È vera quella cosa che dicono, che la musica per farla bisogna anche studiarla? Com’è invece il tuo rapporto con lo studio della musica?
La musica ha degli schemi, delle regole. Per farla bene devi conoscerla, ascoltandola prima di tutto. Per quanto riguarda lo studio vero e proprio, da ragazzino ho frequentato il conservatorio senza finirlo. Era troppo grande per me, ma mi ha dato basi solide: ho imparato a leggere spartiti, solfeggio e a suonare uno strumento. L’approccio era troppo scolastico e al tempo non avevo voglia di andare a scuola, figuriamoci di frequentarne due!

#FacceCaso

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