Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Biguan a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Negli ultimi
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Biguan a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.
Negli ultimi mesi, Biguan si è ritagliato uno spazio sempre più definito all’interno della nuova scena indipendente, partendo da un background rap ma spingendosi con decisione verso territori più ibridi e personali. Il suo ultimo progetto — che ruota attorno a brani come “Mai da me” — racconta proprio questo passaggio: un’evoluzione che non rinnega le origini, ma le mette in discussione, contaminandole con un’attitudine più cantautorale e una scrittura emotiva, diretta.
Il disco si muove su una linea sottile tra introspezione e apertura, alternando momenti fortemente intimi ad altri in cui emerge uno sguardo più ampio, quasi generazionale. Al centro c’è sempre un’urgenza espressiva chiara, che nasce dall’esperienza personale ma riesce a diventare condivisibile, senza forzature.
In questa intervista, Biguan ripercorre il suo percorso — dagli inizi tra scuola e prime scritture fino alla costruzione di un’identità artistica sempre più definita — soffermandosi sul rapporto con la scena fiorentina, sull’importanza del confronto con altri artisti e su quella continua ricerca di equilibrio tra rap e nuove forme espressive che oggi rappresenta il cuore del suo suono.
Nel tuo ultimo singolo sembra esserci una tensione continua tra dimensione intima e apertura verso l’esterno: quanto scrivi partendo da esperienze personali e quanto invece lasci spazio a uno sguardo più collettivo o generazionale?
Scrivere per me è sempre stata un’esigenza, una valvola di sfogo. Ho iniziato a scrivere quando ero alle superiori, inizialmente provavo a scrivere poesie, poi mi sono appassionato alla musica rap e mi sono buttato. Raccontare tutto ciò che vivo e che sento mi viene sicuramente più facile, prendo spunto da tutto ciò che mi circonda. “Mai da me” è una traccia molto intima e super personale ma credo che ci si possa rispecchiare chiunque perché a molte persone sarà capitato di vivere una situazione come quella che racconto nella traccia.
Vieni da una scena come quella fiorentina che negli ultimi anni sta trovando una sua identità, pur restando molto eterogenea: che tipo di rapporto hai con gli altri artisti del territorio e quanto questo contesto ha influenzato il tuo modo di fare musica?
La musica per me è stata certamente una grande forma di aggregazione, stare insieme ad altre persone in studio stimola l’integrazione e crea un forte senso di appartenenza. Mi è capitato di stare in studio con molti artisti e produttori e devo dire che mi ha aiutato molto e stimolato a crescere e migliorarmi; anche se ciò che racconto è un riflesso della mia persona, il confronto con altri artisti penso sia naturale e in un certo senso necessario, è stimolante passare del tempo insieme a gente che in un certo senso parla la tua stessa lingua e condivide le tue stesse passioni.
Nei tuoi brani c’è spesso una ricerca di equilibrio tra scrittura rap e attitudine più cantautorale: è qualcosa che costruisci consapevolmente oppure nasce in modo naturale durante il processo creativo? E, soprattutto, dove senti che questa “ibridazione” ti sta portando oggi?
Questo “equilibrio” tra rap e cantautorato nel mio modo di scrivere si è sviluppato nel corso del tempo in maniera naturale, ed è frutto dei miei ascolti e delle mie esperienze; la coesione con Qwite, il ragazzo che ha prodotto molte delle mie canzoni, è forse uno dei motivi più grandi di questa mia “ibridazione”, mi ha permesso di non soffermarmi solo sul rap ma spingermi sempre di più a confrontarmi con altri tipi di sonorità e a sperimentare di più. Mi sono messo in gioco, e non so questo dove mi porterà in futuro, per adesso sono molto contento di ciò che è uscito ed uscirà.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi ti chiederei anche di approfondire il tuo percorso scolastico. Com’è andata?
Io alle superiori ho frequentato un liceo scientifico, e proprio in quegli anni mi sono appassionato alla musica. Ho dei bellissimi ricordi legati a quei momenti, ritengo che studiare sia importante e ci fornisca gli strumenti necessari per capire com’è davvero il mondo là fuori. Quindi ad uno studente di oggi direi di studiare finché è in tempo e trarre tutto il meglio dalla sua esperienza scolastica, a volte sembra che tante materie che studiamo siano un po’ inutili, ma è proprio in questi anni che mettiamo le basi per costruire i noi del futuro. Senza educazione e cultura non avremmo le basi per metterci veramente in gioco e affrontare tutto ciò che ci aspetta.
E con lo studio della musica com’è andata? È vera quella cosa che si dice, che bisogna per forza studiare la musica, prima di farla?
Io ho iniziato a studiare musica tardi, sicuramente prima ho sentito questa necessità di scrivere e ho preso spunto da tanti artisti che ascolto ed ho ascoltato. Penso che in un certo modo la musica o ce l’hai o non ce l’hai, è qualcosa che fa parte di noi ed è intrinseca nel nostro essere, però lo studio ad un certo punto è necessario perché ci permette di entrare in questo mondo e approfondirlo, scoprendo mille sfaccettature che ci permettono di migliorare e provare a farlo nel miglior modo possibile 🙂


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