Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Bye Parula a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Nat
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Bye Parula a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.
Nati dall’incontro di tre percorsi culturali e geografici diversi, i Bye Parula hanno costruito nel tempo un’identità sonora che sfugge alle etichette: un equilibrio sottile tra scrittura intima e aperture cinematografiche, tra istinto e costruzione. Con il nuovo lavoro Something Out of Nothing, il trio sembra spingersi ancora più a fondo in una dimensione introspettiva, senza perdere quella tensione dinamica che trova piena espressione soprattutto dal vivo. In questa intervista raccontano il loro processo creativo, il rapporto tra formazione e intuizione e il modo in cui esperienze diverse continuano a dialogare nella loro musica.
Intervista (traduzione in italiano)
Il vostro progetto nasce dall’incontro di tre background culturali molto diversi: quanto questa dimensione “transnazionale” è ancora oggi una forza creativa trainante, e quanto invece è diventata una grammatica naturale nel vostro modo di scrivere?
Credo che sia ancora una forza trainante. All’inizio era un’influenza consapevole, ma col tempo è diventata parte della nostra identità. Sono ormai quasi 6 anni che suoniamo insieme e condividiamo idee. Ora conosciamo il linguaggio, i limiti e i punti di forza l’uno dell’altro. Questo ci dà indicazioni su come portare o sviluppare il suono di un brano. Penso che un modo per essere creativi sia lasciare che le cose accadano naturalmente.
La vostra musica unisce due poli molto forti: da una parte arrangiamenti orchestrali e cinematografici, dall’altra una scrittura molto intima e fragile. Quando componete, cercate consapevolmente un equilibrio tra questi elementi o emerge in modo spontaneo?
Avviene in modo intuitivo. Alcune canzoni crescono naturalmente fino a diventare più cinematografiche, mentre altre restano minimali. Rispetto al nostro primo album I, questo contiene brani più uptempo, in parte spinti dall’energia e dalla voglia di divertirci sul palco. Dall’altra parte c’è anche un lato più introspettivo, dove musica e testi hanno maggiore intimità e profondità.
In Something Out of Nothing sembra esserci uno spostamento verso una dimensione più introspettiva: cosa è cambiato nel vostro modo di raccontarvi rispetto al debutto I?
Siamo cresciuti come persone e come artisti, e il nostro modo di raccontare è diventato più profondo e sfumato. Testi più diretti. I cambiamenti della vita.
Nei vostri brani si sente una forte influenza delle colonne sonore degli anni ’60 e ’70, ma mai in modo nostalgico: come lavorate per trasformare quell’immaginario in qualcosa di contemporaneo e non solo citazionista?
Credo che siamo più interessati a catturare l’atmosfera di quelle epoche piuttosto che a riprodurle. La “trasformazione” inizia registrando tutto su nastro, con strumenti vintage, suonando insieme nello stesso momento. Poi utilizziamo strumenti contemporanei in fase di produzione per portare tutto nel nostro linguaggio musicale.
Nei vostri live passate da momenti molto delicati a esplosioni più corali e “fisiche”: quanto la dimensione dal vivo influenza oggi la vostra scrittura? Vi capita di pensare ai brani già in funzione del palco?
Assolutamente sì, ci è capitato più di una volta di immaginare la versione live mentre scrivevamo un brano. Questo ci dà un’idea di come strutturarlo, dell’ordine dei pezzi o anche della strumentazione più adatta. Suonare dal vivo ci ha reso più consapevoli di come costruire, rilasciare tensione e connetterci con il pubblico.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo non chiedervi qualcosa sul vostro percorso formativo. Com’è andata?
Sergio: Ho iniziato a studiare chitarra classica a Perugia, in Italia, all’età di 5 anni. Poi sono passato alle percussioni classiche a 14 anni. La formazione musicale mi ha permesso di suonare con altri musicisti e mi ha portato verso il jazz e poi il progressive rock. Nel 2013 mi sono trasferito a Montreal e grazie a quella formazione ed esperienza ho potuto iniziare la mia carriera qui.
Loïc: Ho iniziato a suonare in una band punk a 17 anni. A 21 ho iniziato il conservatorio, studiando con Alex Augé a Perpignan, in Francia. Anche se è durato solo due anni, mi ha cambiato la vita. Ho cantato diversi generi come soul, emo e rock in una cover band per anni, cosa che mi ha dato molti strumenti come performer. Mi sono trasferito a Montreal all’inizio del 2019 e ho incontrato Sergio e Seba all’inizio del 2020.
Sebastian: Ho iniziato a suonare la chitarra da autodidatta a 12 anni. A 16 avevo la mia prima cover band, poi ho deciso di approfondire con un insegnante. A 19 anni mi sono trasferito in Francia e ho frequentato per un anno il conservatorio a Tolosa. Nel 2012 ho deciso di studiare musicologia tra Francia e Polonia. Ho suonato in diverse band, poi mi sono trasferito a Montreal nel 2018. Ho incontrato Sergio nello stesso anno e nel 2020 ho conosciuto Loïc: pochi mesi dopo siamo diventati i Bye Parula.
È vero che non si può fare musica senza prima studiarla?
Non crediamo sia vero. La musica esisteva molto prima degli studi formali. Ci sono tanti modi diversi di approcciare lo studio della musica, e sono tutti validi a seconda del contesto. Ma non è necessario per iniziare a creare.
Tutti noi abbiamo studiato musica a un certo punto, ma a volte è importante mettere da parte la teoria e lasciare che sia l’intuizione a guidare.


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