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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo dei Deaf Kaki Chumpy

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo dei Deaf Kaki Chumpy

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Deaf Kaki Chumpy a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Deaf Kaki Chumpy a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.

Dopo anni di silenzio discografico, i Deaf Kaki Chumpy tornano con Ultime Volontà, un singolo che segna un momento importante nel percorso della band. Il collettivo milanese, nato nell’ambiente del jazz contemporaneo e da sempre incline alla sperimentazione, apre infatti una nuova fase della propria storia artistica, introducendo per la prima volta un testo in italiano e confrontandosi con temi universali come la morte, la memoria e la trasformazione. Un brano intenso e profondamente umano, che dimostra come la ricerca musicale del gruppo continui a evolversi senza rinunciare alla propria identità. Ne abbiamo parlato con Andrea Daolio, fondatore e bassista della formazione.

In “Ultime Volontà” affrontate il tema della morte in modo molto umano e quasi quotidiano, lontano dalla retorica: quando hai capito che il brano doveva parlare proprio di questa convivenza continua tra assenza, memoria e trasformazione?
Penso siano state melodia e armonia del brano a suggerirmi determinate sensazioni che mi hanno portato ad affrontare questo tema, insieme a certe letture che stavo facendo in quel periodo, come Così parlò Zarathustra di Nietzsche. Non c’è stato nessun progetto precedente: è nato tutto dopo aver scritto la musica.

I Deaf Kaki Chumpy arrivano da un immaginario molto legato al jazz contemporaneo e alla sperimentazione, ma qui entrano anche riferimenti al pop italiano degli anni Settanta e, per la prima volta, un testo in italiano: cosa ti ha spinto a fare questo passo e quanto è stato diverso scrivere in una lingua così “vicina”?
Il pop italiano degli anni Settanta, all’interno del quale includo anche i gruppi del rock progressivo italiano, mi è sempre piaciuto, così come il progressive inglese. Band come gli Area, le Orme, il primo Battiato, gli Emerson, Lake & Palmer, gli Yes e anche Frank Zappa sono artisti che ascolto e amo da tantissimo tempo. Da questo punto di vista, quindi, posso dire di aver sfondato una porta aperta. L’idea di provare a scrivere in italiano è arrivata dopo un periodo di incubazione in cui stavamo cercando di capire quale direzione dare al prossimo album. Alcuni brani avevano già un testo o una bozza in italiano, altri nascevano con l’intenzione di essere scritti nella nostra lingua. Quei pezzi, almeno per ora, sono stati accantonati, ma dentro di me è rimasta la voglia di confrontarmi con l’italiano. Quando ho iniziato a scrivere Ultime Volontà ho capito quanto sia difficile ma anche affascinante utilizzare la propria lingua madre. Ogni parola pesa, ogni scelta assume un significato preciso. Viene meno quella distanza che esiste con una lingua straniera e che, paradossalmente, rende più semplice scrivere in inglese. In italiano, invece, senti il bisogno di valutare ogni termine con estrema attenzione, anche il più semplice.

Dopo anni senza pubblicazioni inedite, “Ultime Volontà” sembra aprire una nuova fase della band, più fluida ma anche più esposta emotivamente: senti che questo singolo rappresenti un punto di ripartenza anche nel modo in cui vuoi raccontarti come compositore?
Diciamo che dopo questi otto anni di assenza dalla discografia — anche se dal vivo abbiamo continuato a suonare con regolarità — l’uscita di Ultime Volontà sancisce ufficialmente un nuovo inizio per i Deaf Kaki Chumpy. Probabilmente oggi abbiamo una maggiore consapevolezza e maturità rispetto al passato, ma conserviamo la stessa energia e la stessa voglia di sperimentare.

Questo sito è dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiederti qualcosa sul tuo personale percorso scolastico, Andrea. Com’è andata?
Ho iniziato relativamente tardi a suonare il basso elettrico, all’età di quindici anni. Ho preso lezioni per circa sei mesi e poi ho proseguito da autodidatta. Dopo il liceo — dove sono stato anche bocciato un anno — ho deciso di iscrivermi ai Civici Corsi di Jazz di Milano, dove ho conseguito la laurea triennale in basso elettrico jazz.
Ed è proprio lì che sono nati i Deaf Kaki Chumpy: da una mia idea un po’ folle, sostenuta dal pianista e compositore Alberto Mancini, di creare un grande ensemble capace di essere estremamente vario dal punto di vista timbrico e musicale. La cosa più bella delle università di musica è che ti permettono di incontrare tante persone che condividono la tua stessa passione. Senza quell’esperienza, probabilmente, i DKC non sarebbero mai esistiti.

E con lo studio della musica che rapporto hai? È vera quella cosa che si dice, che per fare musica bisogna prima anche studiarla?
Lo studio e la pratica sono fondamentali. Ognuno ha il proprio approccio e i propri ambiti di interesse, ma ciò che conta davvero è continuare a fare, esplorare, restare curiosi e avere sempre voglia di imparare qualcosa di nuovo. E nella musica, per fortuna, le cose da scoprire non finiscono mai. Alla fine un musicista e un compositore sono un po’ come degli atleti o dei medici: devono allenarsi costantemente e restare sempre aggiornati. Solo così possono continuare a crescere e a migliorare nel proprio lavoro.

#FacceCaso

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