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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo dei Panoramica

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo dei Panoramica

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Panoramica a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Con

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Panoramica a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.

Con “Sono io”, i Panoramica tornano con un brano che mette al centro il tema dell’identità come processo instabile, fatto di fragilità, contraddizioni e continue riscritture. Il pezzo cresce in modo progressivo, quasi come uno sfogo emotivo che prende forma senza forzature, mantenendo una scrittura diretta e una costruzione sonora che punta più alla sincerità che alla ricerca di una forma “perfetta”. È una canzone che riflette bene la natura del progetto: una band nata tra Reggio Emilia e Bergamo, cresciuta in provincia e costruita su legami umani prima ancora che musicali.

“Sono io” sembra parlare del bisogno di riconoscersi anche nei propri lati più fragili, senza costruirsi una maschera: quanto è stato importante per voi mantenere il brano così diretto e vulnerabile, senza renderlo più “facile” o più radiofonico?
Mantenere Sono io così diretto e vulnerabile è stato fondamentale, perché il senso del brano nasce proprio dalla necessità di mostrarsi senza filtri. Cercare di renderlo più “facile” o più radiofonico avrebbe rischiato, in qualche modo, di allontanarlo dal suo significato più autentico. Il tema della canzone ruota attorno all’identità, alle fragilità e al bisogno di riconoscersi anche nei propri lati più scomodi. Per questo volevamo che tutto — dal testo fino alla costruzione musicale — trasmettesse sincerità, senza creare una sorta di maschera estetica o emotiva. Non abbiamo nulla contro il linguaggio più pop o radiofonico, ma in questo caso sentivamo che la priorità dovesse essere l’impatto emotivo. Volevamo che il brano crescesse in maniera naturale, quasi come uno sfogo che poco alla volta prende forza, lasciando spazio anche alle imperfezioni e alla vulnerabilità.

I Panoramica sono nati tra Reggio Emilia e Bergamo, lontano dai circuiti più centrali della musica italiana: sentite che venire dalla provincia vi abbia dato uno sguardo diverso sulle cose oppure avete percepito anche una certa distanza rispetto a scene come Milano o Roma?
Sì, crediamo che crescere in provincia ci abbia dato uno sguardo molto particolare, sia umano che artistico. In qualche modo ci ha insegnato a costruirci con più spontaneità, senza sentire troppo la necessità di inseguire per forza delle tendenze o una scena precisa. Bergamo, da questo punto di vista, è quasi un equilibrio perfetto: da una parte mantiene una dimensione più tranquilla e concreta, dall’altra è comunque vicina a realtà come Milano, con tutte le opportunità e gli stimoli che ne derivano. Non abbiamo mai vissuto questa distanza come un vero limite, anche se è chiaro che nei grandi centri musicali tutto sembri muoversi più velocemente. Allo stesso tempo, però, stare fuori da quei circuiti ci ha insegnato a vivere la musica in maniera molto diretta: organizzarsi gli spazi, fare esperienza live, creare rapporti umani forti all’interno della band e con le persone che incontriamo lungo il percorso. Sono aspetti che oggi sentiamo ancora molto presenti nel nostro modo di scrivere, suonare e vivere il progetto Panoramica.

Nella vostra storia sembra esserci molta naturalezza, quasi l’idea di una band formatasi senza calcoli ma per necessità emotiva: come vi siete incontrati e quando avete capito che questo progetto poteva diventare qualcosa di più serio di qualche canzone condivisa?
Ci siamo conosciuti a Bergamo, tra i banchi di scuola, e da lì è nato tutto in maniera molto naturale. Attraverso l’amicizia tra Matteo, il nostro chitarrista, e Alessio, tastierista, sono poi stati coinvolti anche i due ragazzi di Reggio Emilia, e fin da subito si è creata un’intesa molto forte, prima umana ancora che musicale. La voglia di esprimerci attraverso la musica è sempre stata il centro di tutto quello che abbiamo fatto insieme. All’inizio non c’era un piano preciso o l’idea di costruire qualcosa “a tavolino”: c’era semplicemente il bisogno di condividere emozioni, esperienze e tempo insieme. Probabilmente abbiamo percepito abbastanza presto il potenziale del progetto, ma ci è voluto tempo per trovare davvero un linguaggio comune e capire come trasformare nel modo più sincero possibile le nostre idee e sensazioni in musica. È stato un percorso molto spontaneo, e in fondo lo è ancora oggi, perché continuiamo a crescere e a scoprire nuove cose anche attraverso il progetto stesso.

Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi dovremmo chiedervi anche qualcosa sul vostro percorso scolastico. Com’è andata?
Ciascun componente ha avuto — o sta ancora vivendo — percorsi scolastici molto diversi, e pensiamo che anche questa eterogeneità abbia contribuito a formare il nostro modo di pensare e di vivere la musica. Come succede a tanti studenti, ci sono stati momenti più semplici e altri più complicati, ma in generale la scuola per noi è stata soprattutto un luogo di crescita personale e di incontro. Come accennato prima, alcuni di noi si sono conosciuti proprio durante il percorso scolastico e, in questo senso, la scuola ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita dei Panoramica. Non è stata solo uno spazio di formazione “tecnica”, ma anche un ambiente in cui condividere passioni, esperienze e confronti con persone simili a noi. Per questo oggi vediamo la scuola non soltanto come un luogo in cui sviluppare un pensiero critico e analitico, ma anche come uno spazio umano, capace di creare legami che possono continuare anche fuori dalle aule e trasformarsi in progetti di vita condivisi, proprio come è successo con la nostra band.

E quella cosa che si dice che per fare musica bisogna per forza prima studiarla, che ne pensate? Com’è stato per voi?
Pensiamo che lo studio della musica sia molto importante, soprattutto per costruire delle basi solide e acquisire consapevolezza del proprio strumento e del linguaggio musicale. Avere una preparazione tecnica e teorica ti dà sicuramente più strumenti per esprimerti e trovare una tua identità artistica. Allo stesso tempo, però, crediamo che la musica non si esaurisca nello studio accademico. Una grande parte della crescita arriva dalle esperienze dirette: i live, le sessioni in studio, il confronto con altri musicisti, gli errori, le situazioni vissute insieme. Sono tutte cose che ti formano tanto quanto lo studio stesso. Noi veniamo tutti da percorsi di formazione musicale, ma quello che siamo oggi nasce soprattutto dall’incontro tra ciò che abbiamo studiato e tutto quello che abbiamo vissuto facendo musica fuori dall’ambiente scolastico o accademico.

#FacceCaso

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