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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di TARANTINO

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo singolo di TARANTINO

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è TARANTINO a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Con Cuore

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è TARANTINO a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.

Con Cuore a pezzi, TARANTINO inaugura una nuova fase del proprio percorso artistico, scegliendo di affidarsi all’istinto e alla sincerità più che alle aspettative. Il singolo racconta le fragilità che accompagnano la fine di un rapporto, muovendosi tra immagini evocative, ricordi che resistono al tempo e la difficile ricerca di un equilibrio tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando. In questa intervista l’artista ci accompagna dietro le quinte del brano, riflettendo sul significato della scrittura, sul potere della musica di custodire le emozioni e sul valore dello studio e della formazione all’interno del suo percorso umano e creativo.

In Cuore a pezzi scegli spesso immagini aperte e simboliche invece di raccontare una storia lineare. Quanto è importante per te lasciare spazio all’interpretazione di chi ascolta e quanto, invece, temi che alcuni significati personali possano andare perduti?
Lasciare spazio a chi ascolta è una scelta precisa, quasi un atto di rispetto. Quando scrivo, parto sempre da qualcosa di molto personale, ma uso immagini simboliche proprio perché voglio che ognuno possa entrarci con la propria storia. Il mare, i frammenti, la luce che cambia sono elementi che parlano a tutti in modo diverso. Certo, c’è sempre il rischio che certi significati più intimi rimangano solo miei, ma in fondo va bene così. Se una canzone riesce a toccare qualcuno anche attraverso una lettura completamente diversa dalla mia, vuol dire che ha funzionato lo stesso, forse anche meglio.

Il brano sembra muoversi continuamente tra il desiderio di lasciar andare e quello di trattenere ciò che è stato. Pensi che la musica abbia il potere di chiudere certi capitoli della vita oppure, paradossalmente, finisca per conservarli ancora più a lungo?
È esattamente la tensione che volevo che si sentisse. Cuore a pezzi vive proprio in quello spazio ambiguo tra il voler andare avanti e il non riuscire ancora a staccarsi del tutto. E la musica, in questo, è paradossale: da un lato ti aiuta a elaborare, a dare forma a qualcosa che dentro di te era ancora caotico e in quel senso può chiudere un capitolo. Dall’altro, una volta che quella cosa diventa canzone, la cristallizzi per sempre. Ogni volta che la riascolti, sei di nuovo lì. Quindi sì, penso che la musica conservi più di quanto liberi. Ma forse è proprio questo il suo valore.

Hai raccontato Cuore a pezzi come l’inizio di una nuova fase artistica. C’è un elemento – musicale, estetico o narrativo – che senti rappresentare meglio il TARANTINO di oggi e che ritroveremo anche nelle prossime uscite?
Direi l’onestà. Non nel senso banale del “scrivo di cose vere”, ma nel senso che mi sono imposto di non scrivere nulla a tavolino, nulla di costruito per sembrare in un certo modo. Quello che senti in Cuore a pezzi, quella sonorità più morbida, reggae, distante dal sound che magari ti aspetteresti da me, è venuto naturalmente, senza forzature. E questo è l’elemento che porterò avanti: la fedeltà a quello che sento nel momento in cui creo, anche se dovesse sorprendere o non corrispondere alle aspettative. Credo che il TARANTINO di oggi sia esattamente questo: uno che non si impone uno stile, ma lo lascia emergere.

Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che chiederti com’è andato il tuo percorso scolastico.
Ho fatto il diploma in ragioneria, poi ho sempre lavorato e suonato. Dopo anni di lavoro, ho deciso di rimettermi in gioco nello studio e ho conseguito una laurea triennale in Scienze Motorie. È stata una vera sfida con me stesso, la dimostrazione che non è mai tardi per riprendere a studiare e mettersi alla prova.

Ed è vera quella cosa che si dice sulla musica? Che bisogna prima studiarla, per farla?
Non necessariamente. Avere una buona base teorica aiuta, ma non è una condizione indispensabile, soprattutto quando si parla di scrittura e composizione. Io stesso ho studiato teoria e armonia solo dopo anni che suonavo la chitarra, e l’ho fatto in un momento preciso: quando mi sentivo bloccato, quando capivo che avevo raggiunto un limite e volevo superarlo. Lo studio mi ha dato nuovi strumenti, ma il punto di partenza era già dentro di me. Penso che ognuno debba capire quali sono le proprie capacità naturali e imparare a valorizzarle nel modo che è più giusto per sé. La musica non ha un unico percorso obbligato.

#FacceCaso

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