Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Andy Carrieri a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album. È uscit
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è Andy Carrieri a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.
È uscito lunedì 25 maggio 2026 per Bloos Records il nuovo album di Andy Carrieri dal titolo “All Things Bright”, un lavoro intenso e profondamente personale che affonda le radici nella tradizione del blues per restituirne una visione autentica e contemporanea.
Dopo una vita trascorsa, per citare il leggendario Sam “Lightnin'” Hopkins, “a fare conoscenza con il blues” tra l’Illinois, il Mississippi e città come Chicago, New Orleans e Bologna, Andy Carrieri torna a farci dono di un disco che rappresenta una sintesi matura del suo percorso artistico. Già chitarrista delle band Jack Daniel’s Lovers e dei Dirty Hands, con le quali prende parte a centinaia di concerti in Europa e Stati Uniti tra gli anni ’80 e ’90, Andy Carrieri si presenta oggi in una veste più intima, mettendo al centro chitarra e voce.
“All Things Bright” è un viaggio sonoro che attraversa le molteplici anime del blues: dalle radici del Delta del Mississippi, con l’uso evocativo dello slide, fino ai ritmi ragtime e boogie, passando per il Piedmont picking e il talking blues. Il disco alterna brani originali a reinterpretazioni di classici firmati da maestri come Big Bill Broonzy, John Lee Hooker, Muddy Waters e Lightnin’ Hopkins.
Con questo album, Andy Carrieri firma un’opera che non è solo un tributo alla tradizione, ma una dichiarazione artistica che celebra il blues come linguaggio vivo, capace di attraversare epoche e confini. Per questo motivo, abbiamo deciso di intervistarlo per provare a conoscerlo meglio e, come nostra abitudine, non ci siamo fatti mancare qualche curiosità sul suo percorso scolastico.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiederti qualcosa sul tuo percorso scolastico.
Dopo la maturità scientifica, mi sono iscritto al politecnico di Milano nel 1982 in architettura ma poi il richiamo del R’n’Roll è stato troppo forte. In pieni anni ’80 mi sono dedicato alla mia passione: il rock.
E che tipo di rapporto hai invece con lo studio della musica? Si può fare musica senza studiarla?
Si può fare ma ad un certo punto l’esigenza di avere una base d’appoggio solida si fa sentire. Quando ho iniziato a 12 anni studiavo pianoforte classico, poi la passione per il rock mi ha spinto verso la chitarra e ho studiato per qualche anno musica classica e poi un po’ di jazz. Purtroppo, ho abbandonato gli studi un po’ troppo presto. Se dovessi tornare indietro approfitterei della giovane età per studiare di più.
C’è una figura del mondo blues, in particolare, che ti piacerebbe venisse riscoperta dalle giovani generazioni?
Una figura in particolare no, ma consiglio sempre di andare alle origini per capirne le evoluzioni. Tutto sommato, nei primi anni ‘10 del ‘900, si è sviluppata una cultura musicale meticcia in America. Il blues è un misto tra folk e jazz, il primo brano considerato blues si chiama I Got The Blues e l’autore era un italiano, Anthony Maggio. Da li W.C.Handy si ispirò per la sua St.Louis Blues e il resto è una storia di personalizzazioni che è arrivata fino a noi.
Qual è la cosa più importante che hai imparato nel corso dei tuoi viaggi oltreoceano?
Ho imparato il mestiere di suonare dal vivo nei locali, il mestiere del musicista live. Ho imparato che non importa da dove vieni, conta solo quello che suoni e come lo fai.
Che consiglio daresti ai giovani che vorrebbero avviare un proprio progetto musicale?
Se si parla di progetto, consiglierei di lasciarsi trasportare dalle idee senza tralasciare la preparazione. Lo studio deve essere un mezzo per potersi esprimere al meglio, non il contrario. Troppo spesso vedo musicisti “studiati” che cercano di impressionare il pubblico con tecniche mirabolanti, cercando di presentare il massimo di quello che sanno fare. I migliori musicisti che ho conosciuto sono quelli che si mettono a disposizione di quello che fanno senza fare più di quello che serve. Una volta un sassofonista inglese mi ha detto che per migliorare, sul palco bisogna essere i peggiori. In realtà voleva dire che suonare con gente più brava aiuta a crescere. Bisogna mantenere una sorta di umiltà sul palco.


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