Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Miosphere a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: sono i Miosphere a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.
Dopo Houston e Cape Canaveral, i Miosphere chiudono un percorso artistico che ha fatto dell’immaginario spaziale la propria cifra stilistica. Con Universo, la band tira le fila di un racconto che parla di identità, paure e consapevolezza, trasformando il cosmo in una metafora del percorso umano. Li abbiamo intervistati per approfondire il significato del nuovo singolo, il valore di questo capitolo conclusivo e il loro rapporto con la musica, lo studio e la creatività.
Universo chiude idealmente il percorso iniziato con Houston e portato avanti nell’EP Cape Canaveral. Quando avete capito che questo viaggio narrativo aveva bisogno di una conclusione e perché avete scelto proprio il concetto di “universo” per rappresentarla?
La consapevolezza di vivere e far parte di un Universo sconfinato è la stessa consapevolezza che abbiamo raggiunto alla fine di questa prima missione come band. La consapevolezza di esistere e di avere un’identità nell’universo musicale. Per questo Universo ci sembrava ideale per chiudere questi due EP che insieme formano un primo album. Per dire all’universo che noi esistiamo e siamo pronti ad esplorarlo.
Nel brano raccontate il senso di smarrimento, il peso delle aspettative e la paura di perdere il controllo, ma trasformate la caduta in un’opportunità di scoperta. È una riflessione che nasce da esperienze personali vissute dalla band oppure dall’osservazione della realtà che vi circonda?
Nasce dall’esigenza di trovare una via di salvezza da una realtà implacabile, che ti inghiotte e ti annienta, se non ti fermi a prendere fiato per capire che sei circondato anche da cose buone.
Le immagini cosmiche sono diventate una cifra distintiva del vostro progetto. Dopo anni passati a guardare verso stelle, galassie e viaggi spaziali come metafore dell’esistenza, c’è ancora un territorio inesplorato che sentite il bisogno di raccontare nella vostra musica?
L’universo è infinito, dicono, ci saranno sempre nuovi posti da esplorare, attraverso quel viaggio di cui parla Universo. Una caduta che non sai dove può portarti, magari nei posti più bui dell’anima, ma alla ricerca del sole. Siamo minuscoli in un vortice spietato, ma siamo noi i piloti della nostra navicella: godiamoci il viaggio.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che chiedervi anche qualcosa in più sul vostro percorso scolastico. Com’è andata?
Ognuno di noi ha avuto il suo personale percorso: c’è chi si è dedicato allo studio e chi è stato portato dalla vita, dalle proprie scelte, ad abbandonare quel cammino. Siamo però concordi che lo studio fornisca gli strumenti per affrontare la vita, quella che prova a piegarti ogni giorno e che non puoi affrontare solo di petto.
E con lo studio della musica che rapporto avete? È vera quella cosa che si dice, che per fare musica bisogna necessariamente prima studiarla?
La musica è dentro di noi fin dalla nascita. Falla ascoltare a un bambino e inizierà a ballare. Anche gli animali traggono piacere dalla musica. La musica è l’origine del mondo, è istinto primordiale: non la si può solo incanalare in semplici regole da studiare. Detto questo, lo studio e la pratica possono migliorare le capacità innate di ognuno di noi, fornirci altri punti di vista, spunti o semplicemente consapevolezza su ciò che l’istinto suggerisce. Lo studio, però, non deve diventare un limite artistico.


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