Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è [lessness] a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo. Disponib
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è [lessness] a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo singolo.
Disponibile su tutte le piattaforme digitali da venerdì 19 giugno 2026 (distr. Believe Music Italia) il nuovo singolo di [lessness], il progetto solista del compositore e produttore Luigi Segnana. “Wherever”, terzo singolo estratto dall’album “Movida” di prossima uscita, è in un certo senso il cuore segreto del full lenght: la prima canzone scritta per quello che sarebbe diventato l’intero album. Un atto di riconoscenza, prima ancora che un brano, perché ci sono canzoni che vengono prima di altre, quelle da cui nasce tutto anche se ancora non lo sai.
Dark ballad nella forma, minimalista nell’anima, “Wherever” costruisce il suo mondo con pochissimi elementi: un giro di basso semplice e profondo, un loop di batteria melodico, una voce che non cerca ornamenti ma trova ugualmente la strada verso di te. Meno c’è, più si sente. È espressione pura di minimalismo.
Abbiamo deciso di scambiare qualche parola con l’artista e non abbiamo potuto fare a meno di toglierci qualche curiosità sul suo percorso scolastico.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiederti qualcosa sul tuo percorso scolastico.
Ho fatto un istituto tecnico commerciale — niente di particolarmente artistico, ma non me ne sono mai pentito. L’università non ha fatto parte del mio percorso: ho iniziato a lavorare subito, e la musica è arrivata dopo, intorno ai ventuno anni, come una passione naturale e spontanea. Non come una scelta pianificata — più come qualcosa che non riuscivo a non fare. In fondo, i percorsi più onesti sono spesso quelli meno lineari.
E che tipo di rapporto hai invece con lo studio della musica? Si può fare musica senza studiarla?
Il mio rapporto con lo studio della musica è stato minimo e quasi interamente autodidatta. Ho imparato la chitarra da solo con un libretto di accordi — uno di quelli che si trovavano nelle edicole. Il basso e le tastiere li ho imparati suonando, provando, sbagliando. Non ho mai avuto un insegnante vero. Quindi sì, si può fare musica senza studiarla nel senso accademico del termine — ma bisogna essere disposti a fare molta strada da soli e ad accettare che ci vorrà più tempo. Lo studio formale ha i suoi vantaggi e aiuta molto a comprendere stili e armonie. La conoscenza raramente è un male, a patto di mantenere la propria spontaneità. Ma l’orecchio, la sensibilità, il gusto — quelli non si insegnano davvero. O li sviluppi vivendo, o non li sviluppi.
Nella tua musica ci sono forti richiami letterari: Eliot, Kafka, Beckett… come ti sei avvicinato a questi autori?
In modo ondivago e contorto, come spesso accade con le cose belle. Prendevo libri a caso — in biblioteca, in libreria, seguendo il titolo o la copertina o il consiglio di qualcuno. Non c’era un piano. Solo col tempo ho trovato un percorso di affinità preciso, ho capito quali voci mi parlavano davvero e perché. Beckett per l’ironia assurda e feroce sulla condizione umana. Kafka per quella claustrofobia quotidiana che diventa metafora universale. Eliot per la densità, per la capacità di stratificare immagini fino a creare qualcosa di quasi musicale. Nessuno me li ha assegnati — li ho trovati, il che forse è il modo migliore per incontrarli.
Nel tuo singolo “Wherever” racconti di legami talmente intensi che sembrano avvicinare l’essere umano al divino. C’è qualcosa di autobiografico in questa esperienza?
Come tutti i brani di [lessness], Wherever ha qualcosa di autobiografico — ma non è un diario. È più il racconto di una sensazione, di un’emozione che ho vissuto e che ho cercato di rendere universale. Quel legame di cui parla la canzone — quella comprensione reciproca silenziosa racchiusa in una frase come “together we understand the rain” — l’ho sentito sulla pelle. Ma preferisco non circoscriverlo a una storia o a una persona specifica, perché mi interessa che chi ascolta possa riconoscerci la propria.
Che cosa consiglieresti ai giovani che vorrebbero avviare un proprio progetto musicale?
Non ho molto titolo a dare consigli — e già questo dovrebbe essere il primo consiglio: diffidare di chi ne ha troppi. Detto questo, l’unica cosa che mi sento di dire con una certa onestà è questa: cercare un percorso sinceramente e onestamente connesso alla propria coscienza emotiva. Non inseguire quello che funziona, non copiare quello che va di moda, non fatevi dire da nessuno cosa dovete suonare o come dovete suonarlo. La musica che dura — quella che vale la pena fare — viene da un posto reale. Trovatelo, e poi abbiate la pazienza di starci.

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