Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è [lessness] a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album. "Movida", il
Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: è [lessness] a passare sotto le grinfie della nostra redazione per il nuovo album.
“Movida”, il nuovo album del progetto [lessness], è un disco da interno notte. Un viaggio notturno e intimista che esplora le incognite e le gioie della solitudine e dell’incontro. Pur rispettando lo stile dei dischi precedenti, esplora sonorità pop minimaliste e influenze new wave e dark, portando l’ascoltatore in un mondo di atmosfere sensuali e movimentate, dove la notte diventa un rifugio per perdersi, ritrovarsi e perdersi di nuovo in un loop infinito, inevitabile specchio dell’opera di Samuel Beckett da cui il nome del progetto è tratto.
Abbiamo scambiato qualche parola con la mente dietro [lessness], il compositore e produttore Luigi Segnana. Come di consueto, non abbiamo potuto fare a meno di chiedergli qualcosa sul suo percorso scolastico.
Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare col chiederti qualcosa sul tuo percorso scolastico.
Ho fatto un istituto tecnico commerciale — niente di particolarmente artistico, ma non me ne sono mai pentito. L’università non ha fatto parte del mio percorso: ho iniziato a lavorare subito, e la musica è arrivata dopo, intorno ai ventuno anni, come una passione naturale e spontanea. Non come una scelta pianificata — più come qualcosa che non riuscivo a non fare. In fondo, i percorsi più onesti sono spesso quelli meno lineari.
E che tipo di rapporto hai invece con lo studio della musica? Si può fare musica senza studiarla?
Il mio rapporto con lo studio della musica è stato minimo e quasi interamente autodidatta. Ho imparato la chitarra da solo con un libretto di accordi — uno di quelli che si trovavano nelle edicole. Il basso e le tastiere li ho imparati suonando, provando, sbagliando. Non ho mai avuto un insegnante vero. Quindi sì, si può fare musica senza studiarla nel senso accademico del termine — ma bisogna essere disposti a fare molta strada da soli e ad accettare che ci vorrà più tempo. Lo studio formale ha i suoi vantaggi e aiuta molto a comprendere stili e armonie. La conoscenza raramente è un male, a patto di mantenere la propria spontaneità. Ma l’orecchio, la sensibilità, il gusto — quelli non si insegnano davvero. O li sviluppi vivendo, o non li sviluppi.
Nella tua musica ci sono forti richiami letterari: Eliot, Kafka, Beckett… come ti sei avvicinato a questi autori?
In modo ondivago e contorto, come spesso accade con le cose belle. Prendevo libri a caso — in biblioteca, in libreria, seguendo il titolo o la copertina o il consiglio di qualcuno. Non c’era un piano. Solo col tempo ho trovato un percorso di affinità preciso, ho capito quali voci mi parlavano davvero e perché. Beckett per l’ironia assurda e feroce sulla condizione umana. Kafka per quella claustrofobia quotidiana che diventa metafora universale. Eliot per la densità, per la capacità di stratificare immagini fino a creare qualcosa di quasi musicale. Nessuno me li ha assegnati — li ho trovati, il che forse è il modo migliore per incontrarli.
Nel tuo singolo “Wherever” racconti di legami talmente intensi che sembrano avvicinare l’essere umano al divino. C’è qualcosa di autobiografico in questa esperienza?
Come tutti i brani di [lessness], Wherever ha qualcosa di autobiografico — ma non è un diario. È più il racconto di una sensazione, di un’emozione che ho vissuto e che ho cercato di rendere universale. Quel legame di cui parla la canzone — quella comprensione reciproca silenziosa racchiusa in una frase come “together we understand the rain” — l’ho sentito sulla pelle. Ma preferisco non circoscriverlo a una storia o a una persona specifica, perché mi interessa che chi ascolta possa riconoscerci la propria.
Che cosa consiglieresti ai giovani che vorrebbero avviare un proprio progetto musicale?
Non ho molto titolo a dare consigli — e già questo dovrebbe essere il primo consiglio: diffidare di chi ne ha troppi. Detto questo, l’unica cosa che mi sento di dire con una certa onestà è questa: cercare un percorso sinceramente e onestamente connesso alla propria coscienza emotiva. Non inseguire quello che funziona, non copiare quello che va di moda, non fatevi dire da nessuno cosa dovete suonare o come dovete suonarlo. La musica che dura — quella che vale la pena fare — viene da un posto reale. Trovatelo, e poi abbiate la pazienza di starci.

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