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Lavoro: chi vince tra “giovani” e “vecchi”?

Lavoro: chi vince tra “giovani” e “vecchi”?

La Banca d’Italia ha pubblicato una relazione che dimostra che le tutele per i lavoratori di una certa età, non collidono con le misure dirette a raff

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La Banca d’Italia ha pubblicato una relazione che dimostra che le tutele per i lavoratori di una certa età, non collidono con le misure dirette a rafforzare l’entrata dei più giovani nel mercato del lavoro.

La crisi economica che meno di dieci anni fa ha coinvolto molti paesi del mondo, procurando ingenti danni anche all’Italia, ha portato con sé una grande compressione del mercato del lavoro, “costringendo” molti imprenditori a licenziare o a non incrementare il loro organico. Questo vuol dire carriere spezzate di gente che lavorava ormai da una vita e difficoltà dei giovani a incominciare a lavorare.

Negli anni tante sono state le misure adottate per cercare di invertire tale tendenza, soprattutto nel Mezzogiorno, cercando di reinserire i lavoratori rimasti a casa in un ambiente consono alle loro capacità ed esperienze e, dall’altra parte, di lanciare i più giovani nel mondo del lavoro.

Non tutti sono però concordi nel sostenere di buon grado le misure per i lavoratori “senior”, perché queste danneggerebbero invece i più giovani. Sarebbe invece meglio assicurargli una buona uscita. È questo quello che sostengono le persone che accolgono la teoria “Lump of labour theory”, sostenendo che il numero dei posti di lavoro è in media sempre lo stesso all’interno di un territorio, per questo se si incrementano i lavoratori più anziani vengono tolte possibilità ai più giovani.

Recenti ricerche hanno però smentito un tale effetto negativo delle politiche che pensano anche ai lavoratori di una certa età, spesso ormai da tempo senza occupazione. Nella relazione annuale della Banca d’Italia, pubblicata qualche giorno fa, risulta chiaramente che

il prolungarsi dell’attività lavorativa non determina alcun effetto negativo per i più giovani, né nel breve termine che nel lungo termine.

Il risultato della ricerca deriva dall’analisi dei dati Istat relativi al periodo 2004/2016, riguardo alle fasce di lavoratori di età compresa tra 55-69 anni e 15-34 anni, e dimostra che, rispetto alle conclusioni negative della “lump of labour tehory”, esistono invece degli aspetti positivi nell’aiutare anche i lavoratori meno giovani: una leggera variazione dei tassi di occupazione provinciale.

È da sfatare anche l’affermazione che le assunzioni di lavoratori “senior” da parte di un’impresa portino questa a non investire nei più giovani:

la ricerca ha affermato che l’aumento della presenza di lavoratori adulti comporta l’aumento anche di quelli più giovani.

I dati della ricerca rivelano quindi che gli strumenti mirati ad includere anche gli adulti nel mondo del lavoro, non diminuiscono la possibilità dei ragazzi di un futuro lavorativo stabile, né deteriorano il loro trattamento.

#FacceCaso

Di Lorenzo Maria Lucarelli

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