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Pozzanghere di sangue e braccia tatuate senza vita

Pozzanghere di sangue e braccia tatuate senza vita

Il racconto della 27enne Lousie, sopravvissuta all'attentato al Bataclan di Parigi dello scorso 13 Novembre. Le sue parole fotografano alla perfezione

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Il racconto della 27enne Lousie, sopravvissuta all’attentato al Bataclan di Parigi dello scorso 13 Novembre. Le sue parole fotografano alla perfezione l’inferno vissuto in quegli attimi di puro terrore.

“Venerdì ho raggiunto la mia amica dei concerti arrabbiati, quella che poga con me come quando avevamo quattordici anni, quella che perdo nella folla dopo la prima canzone e ritrovo alla fine con un «È stato troppo bello, no? Sìì, fichissimooo! ». Prima abbiamo bevuto qualche birra al bar. Il barista non aveva più Picon e questo genere di particolari è importante. A un certo punto gli abbiamo detto che non volevamo attardarci. Era un sacco di tempo che non dicevo a così tanta gente dove andavo e cosa andavo a fare. Ero contenta come al mio primo concerto. Entriamo nella sala, prendiamo delle birre allungate con l’acqua. E poi ci facciamo degli amici da concerto. Tantissimi. Come al solito. Fotografiamo dei tizi con il loro telefono. Prendiamo un po’ in giro quelli che fanno finta di avere un amico davanti per fregare due file. Siamo in mezzo alla sala quando il concerto comincia. Con il movimento della folla, perdo la mia amica, come al solito, e mi ritrovo davanti al bassista, a destra della scena, in seconda o terza fila. Il concerto comincia, la folla, la felicità. Fra un brano e l’altro, dico a una tizia quanto è sexy il cantante. Scherziamo. Il gruppo suona Save a Prayer dei Duran Duran. Allora cantiamo a squarciagola con le braccia incrociate sul cuore.

E poi si sentono degli scoppi. Come una cassa che salta, o come succede a volte, un tizio in fondo alla sala che fa una scenetta con il gruppo. Ci sono delle urla, ma non capiamo subito. Il gruppo ha già abbandonato il palco. Mi volto: c’è della gente che si butta per terra. E lì, l’odore del sangue. Sangue caldo. Incrocio lo sguardo di un tizio. Non batte più le palpebre e cade giù. Per un effetto domino, tutti si sdraiano, uno sopra l’altro, più o meno. Accanto alla transenna che ci separa dalla scena, abbiamo solo lo spazio per accovacciarci. Non capisco niente di quello che sta succedendo, ma cerco di farmi piccola piccola. Si sentono rimbombare degli spari. Mi immagino che siano degli spari in aria, perché non sono seguiti da urla. Mi metto lo zaino davanti alla faccia per proteggermi dagli sparatori. Ne vedo uno sulla balconata di fronte a me, e sono sicura che ce n’è uno all’entrata alla mia sinistra. Mi raggomitolo. La gente cerca di scavalcare la transenna per raggiungere i camerini. Mi lascio trascinare un po’ e perdo le scarpe da ginnastica. È pazzesco come sono importanti i dettagli fisici e dell’abbigliamento, perché in realtà sono le cose che ti tengono aggrappata alla vita. La vita reale. Perché quello è un gioco. Non è possibile che sia altrimenti.
Guardo un po’, non vedo la mia amica. Gli spari riprendono, tutti si buttano di nuovo a terra. E a quel punto, silenzio nella folla. Abbassandomi completamente, apro gli occhi per la prima volta dopo qualche minuto. Guardo i miei piedi. E nei nostri corpi mescolati incrocio uno sguardo. Vuoto. Ai miei piedi. Una ragazza è allungata sulle mie gambe. Non piange davvero, non respira davvero.

Sento un sibilo dentro l’orecchio destro, un grosso acufene. Mi accorgo che sto sanguinando. Allora mi reggo la testa per evitare di sporcare tutta la sala (è veramente questo che mi sono detta). La ragazza accanto a me dev’essere stata colpita al braccio dalla stessa pallottola, o dalla stessa raffica. Sanguina molto e ha tanta paura. Ci chiediamo mormorando come stiamo. Io, colpita alla testa, so che morirò come nei film. Allora faccio come nei film: mormoro più volte il mio nome e dico di dire ai miei cari che gli voglio bene. E il silenzio ricomincia. Non sappiamo dove sono. Dove sono i «cattivi». Non ci muoviamo. I cellulari cominciano a suonare. Ma noi non vogliamo che suonino. Perché ogni squillo può ricordare ai cattivi che siamo là e che ci vogliono ammazzare.
Cerco la mia amica nella folla di gente sdraiata, cerco i suoi tatuaggi sui cadaveri pieni di sangue. Non la vedo. Spero che sia andata via. Il mio zaino comincia a vibrare. Non posso raggiungere il telefono, ma non ci avrei provato comunque. Conto le vibrazioni. Undici. È una chiamata. Poi altre. Ho sempre meno la percezione che sto per morire.

Dopo minuti che sembrano ore, i soccorsi arrivano. Entrano dal basso e non osano avvicinarsi. Noi continuiamo a non muoverci. Sentiamo un tizio che urla di dolore. I soccorsi, non sappiamo se sono dal lato chiaro della forza oppure no. Sono tizi armati vestiti di nero, che ne sappiamo. Ma nel dubbio comincio a muovere i piedi, nell’ottica di riuscire a correre senza essere intorpidita. I buoni ci chiedono dove sono i cattivi. Devono prima di tutto fare in modo che nessuno ci spari addosso durante l’evacuazione. In quel momento un ragazzo arriva e dice che i terroristi hanno degli ostaggi nei camerini, che vogliono parlare con qualcuno della polizia, che bisogna chiamare un certo numero. L’agente delle forze speciali non si memorizza direttamente il numero, mentre noi ce lo siamo impresso nella memoria in un secondo. Siamo sempre lungo il bordo della transenna, vicinissimi ai terroristi nei camerini. Proprio nel mezzo di una potenziale sparatoria. E stranamente, ci motiva.
Ci chiedono di alzarci piano ma rapidamente per raggiungere l’uscita. Alzandomi, il mio campo visivo si allarga e mi rendo conto dell’orrore. Pozzanghere di sangue e braccia tatuate senza vita. Mi dicono di passare attraverso la porta a vetri rotta. Sono a piedi nudi. Ci dicono di camminare rasente ai muri, di fare in fretta. Ci fanno entrare nel cortile di un edificio. Ci sono quelli del pronto soccorso. Ci sono feriti allineati uno accanto all’altro. Siamo due palazzi più in là del Bataclan, sentiamo degli spari. Guardano la mia testa. In modo molto sobrio e calmo chiedo se sto per morire, se la pallottola è all’interno, se è orribile, se tutti sono usciti, se c’è un bagno. Mi rispondono che parlo troppo, troppo in fretta e troppo distintamente perché possa essere molto grave. Mi mettono un «braccialetto da festival» con un codice a barre che mi scansioneranno ogni volta che mi cambieranno di posto, e un foglio che mi metto intorno al collo, col mio nome – «Bel nome, Louise» – e le mie allergie. Trovo tutto superorganizzatissimo, e mi piacciono molto le cose bene organizzate.

Chiamo la mia Tiphon, non risponde, ma mi ha chiamato diciassette volte, quindi presumo che sia viva. Chiamo i miei parenti, gli do poche informazioni, concisa ma chiara perché sono una professionista delle situazioni di crisi, a quanto sembra… Tiphon è viva, sta in un appartamento e sta bene. Mi fanno una bendatura. Tanti morti mi passano davanti. Sanguino di brutto, in effetti. Uscendo, becchiamo Hollande.

All’ospedale, mi osservano la testa, la ferita non è bella, ma è pulita e non ci sono frammenti di pallottola, quindi va meglio. È stato un tiro diretto. «Ho avuto 5 millimetri di fortuna, quindi?». «Direi più due millimetri ». Mi fanno dei punti di sutura e sto abbastanza bene.
I miei genitori sono arrivati. Vado all’unità di assistenza psicologica. La donna mi dice: «Mi vuoi raccontare che cosa è successo? ». Ma certo che ti vomito addosso tutta la mia versione, non capirai mica, bella mia. Alla fine mi dà un consiglio più appropriato: «Ha il diritto di non raccontare tutto a tutti. E cerchi di non ripeterlo troppo spesso ».
È per questo che scrivo queste cose. Perché tutti quelli che vogliono sapere possano sapere. Da venerdì ho un torcicollo a causa della mia posizione nella sala e ho paura delle porte che sbattono. Ma ho voglia di andare a vedere dei concerti”.

(Questa testimonianza è stata raccolta da Libération e ripubblicata lo scorso 21 Novembre da Repubblica.it. Traduzione di Fabio Galimberti.)

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