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Rom a scuola: 27 milioni, zero risultati

Rom a scuola: 27 milioni, zero risultati

Il progetto di scolarizzazione per i bambini rom di Roma Capitale è un flop. E il Comune non c'è e non si vede. Di Giulia Pezzullo La vastità della ci

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Il progetto di scolarizzazione per i bambini rom di Roma Capitale è un flop. E il Comune non c’è e non si vede.

Di Giulia Pezzullo

La vastità della città di Roma è nota, come lo è la moltitudine di quartieri presenti. Ognuna di queste zone ha una nomea sulle spalle a ragion veduta o semplicemente per sentito dire; e ognuna di queste zone è caratterizzata da un fattore che ne determina automaticamente la fama. Soprattutto nelle aree periferiche della capitale o ai margini di luoghi poco abitati si concentrano i campi rom, le baraccopoli di questa popolazione. Da sempre la politica di Roma cerca una soluzione che oscilla tra l’integrazione e l’allontanamento della gente rom, in comunione con il sentimento spesso di risentimento dei romani. Infatti, l’opinione comune affonda le radici nell’astio verso i rom e soprattutto verso il loro modo di vivere: rovistano nei cassonetti, rubano, chiedono l’elemosina e sfruttano il lavoro dei bambini. Ecco, i bambini. Qualcuno di voi si è mai chiesto come vivono i bambini? Se studiano? Se è giusto che non abbiano la stessa vita degli altri bambini?

La prima integrazione, inutile dirlo, parte dalla scuola, dove i ragazzini si incontrano e si scambiano informazioni facendo nascere amicizie e legami. Per questo motivo, la Regione Lazio ha intrapreso un cammino impervio per la scolarizzazione dei bambini rom. I tentativi sono stati moltissimi nell’arco di 50 anni, sebbene agli albori non si sapesse come agire in modo efficace; infatti, gli interventi più significativi risultano essere quelli degli ultimi 13/14 anni durante i quali si è notato un barlume di speranza. Le associazioni c’erano, le aule anche e non mancavano i pulmini scolastici (la linea 40); tuttavia, mancavano molto spesso i bambini. La teiste realtà, infatti, risuona amara nella consapevolezza che tra trasferimenti di campi, difficoltà di relazione e diffidenza delle famiglie, solo il 12% dei bambini rom ha frequentato o frequenta regolarmente le lezioni. Per giunta, molti ragazzi arrivano in ritardo in classe a causa dei pulmini che devono fare giri immensi per i campi della capitale con la conseguenza che meno di 200 bambini rom su circa 1800 segue con regolarità e assiduità le lezioni.

Influisce in questo disagio anche il possibile e frequente trasferimento dei campi che molto spesso, essendo isolati, si trovano lontani dalle scuole. In tutto ciò, nessuno si è mai interessato di svolgere indagini a scopi informativi per tastare gli effetti del progetto di scolarizzazione; anzi, il Comune di Roma ha sempre falsato i numeri statistici relativi, avvalorando l’idea che i parametri di qualità per la scuola per i rom siano differenti da quelli per i ragazzi italiani. Infatti, battendo il chiodo sulle differenze culturali, le difficoltà di comunicazione e la diffidenza delle stesse famiglie, per le autorità competenti i risultati sono addirittura soddisfacenti. Non la pensa così l’associazione ’21 luglio’ che proprio oggi presenterà all’Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale la relazione “Ultimo banco”, un’attenta analisi dei progetti di scolarizzazione dei rom.

La Capitale ha speso già 27 milioni di euro per attuare dei programmi idealmente interessanti e utili alla comunità che, tuttavia, a livello pratico si dimostrano inconsistenti. Favorevoli o meno all’integrazione della popolazione rom nelle città italiane, bisogna strizzare un occhio alla bontà degli interventi della politica che, in ogni caso, si avvale di fondi pubblici per vendere aria fritta. Mi metto nei panni di un cittadino romano che paga le tasse e potrebbe dirsi contento di una soluzione simile per responsabilizzare i bambini rom e mi dico amareggiata per l’ennesimo “impiccio all’italiana”, uno di quei tocca e fuggi che siamo così bravi a mettere in piedi.

Di Giulia Pezzullo

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