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#FertilityDay

Il 22 settembre 2016, su iniziativa del ministro Beatrice Lorenzin, si celebrerà il primo FertilityDay d'Italia: Roma, Bologna, Padova e Catania le ci

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Il 22 settembre 2016, su iniziativa del ministro Beatrice Lorenzin, si celebrerà il primo FertilityDay d’Italia: Roma, Bologna, Padova e Catania le città coinvolte!

Ogni giorno è la giornata mondiale di qualcosa: per appuntamenti particolarmente importanti però non ci si limita al singolo happening, ma si avvia precedentemente una campagna d’informazione e sensibilizzazione.
È bene precisare che in questo caso ci sono tre livelli di comunicazione:

ai giovanissimi si descrive la bellezza della genitorialità, si invitano donne e uomini più grandi ad effettuare i controlli necessari a prevenire l’infertilità e si parla anche a chi non può avere figli ma vorrebbe.

Perché? Nel 1970 il tasso di natalità europeo era di 2,4 bambini per ogni donna: nel 2013 si attestava a 1,5 (OCSE). Il valore 2,1 è quello minimo, necessario a dire una popolazione stabile. Nel Bel Paese il tasso di fertilità è ad oggi al 30%: la festa nazionale della denatalità in pratica.

Dire quanti bambini nascono e cercare di definire quanti ne potrebbero nascere sono due cose ben diverse, soprattutto in Italia: potenzialmente potremmo essere il doppio, ma la disoccupazione giovanile proprio oggi è salita di due punti percentuali, attestandosi al 42%.

Questo spiega perché la campagna non ha fatto in tempo a dirsi avviata, che si è immediatamente scatenata una pioggia di polemiche: l’Internazionale ha parlato di “errore imbarazzante” da parte del governo, Roberto Saviano l’ha definita “un insulto a chi non ha figli”, per impossibilità o volontà, e il dato più sconvolgente, ma neanche troppo, è che siano proprio le donne a sentirsi particolarmente offese.
Agli slogan governativi “Sbrigati! Non aspettare la cicogna!”, “Genitori giovani. Il modo migliore per essere creativi”, “Non mandare in fumo i tuoi spermatozoi”, risponde incisivo il web, mettendo a tacere tutti con una sola contro risposta: “La mia gravidanza dura molto di più del mio contratto di lavoro”.

Ci sono inoltre evidenti problemi di comunicazione interna: Matteo Renzi, in un’intervista a RTL 102.5, ha detto “di non conoscere neanche un amico che ha fatto un figlio perché ha visto un cartellone”, sottolineando quindi la necessità di servizi e lavoro sicuro.
Stefano Esposito, segretario del PD, ci va giù pesante: suggerisce che “il silenzio è la cosa migliore”, ma invita anche tutti a scavare così da scoprire la società di comunicazione che ha divulgato questa “stronzata” (cito testualmente) e quanto ci è costata. A tal proposito sappiate che sono stati investiti 200,000 euro nella campagna.

La Lorenzin accoglie le critiche e si impegna a modificare, almeno a livello iconografico, la campagna senza intaccare però il messaggio sostanziale: tuttavia la ministra si domanda “perché si possa fare prevenzione sul diabete o il cancro, e non sulla fertilità?”

Da giovane, da commessa il cui contratto massimo è stato di 8 mesi, credo che il problema sia di credibilità: chi propone il Fertility Day sono gli stessi che ci hanno resi “precari a tempo indeterminato” attraverso il Jobs Act.
Da donna, credo che il problema siano “le dimissioni in bianco”: dove era finita la fertilità quando le donne erano costrette a firmare dimissioni a prova di gravidanza?
Fermo restando che non tutte le persone dotate di un utero debbano volere un figlio, chi veramente lo desidera, è normale che si ponga la domanda: “come lo cresco?”.
In Italia i figli, chi li vuole, non li fa perché non può.
Per una volta sono i giovani a dare una bella lezione di maturità a degli adulti decisamente troppo faciloni.

Di Irene Tinero

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