Le Università italiane danno lavoro ma (quasi sempre) “a gratis”

Le Università italiane danno lavoro ma (quasi sempre) “a gratis”

Ad oggi la maggior parte di coloro che lavorano negli Atenei lo fanno gratis, senza percepire stipendio. “No al lavoro gratis”. E' stata questa la ri

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Ad oggi la maggior parte di coloro che lavorano negli Atenei lo fanno gratis, senza percepire stipendio.

“No al lavoro gratis”. E’ stata questa la risposta dei precari della ricerca e della didattica all’ultima proposta dell’Università di Bologna. Lo storico Ateneo ha infatti pubblicato un bando per assumere bibliotecari che, però, non percepiranno stipendio.

La delusione dei precari è più che comprensibile ma purtroppo il “volontariato” all’interno degli atenei italiani è un fenomeno diffuso. Vi ricordate di Pietro Zinni, il ricercatore universitario protagonista della fortunata trilogia di Smetto Quando Voglio?

Beh, se pensate che Pietro sia solamente frutto della fantasia del regista Sydney Sibilia siete fuori strada. Pietro è il ritratto di milioni di precari che nell’universo accademico si fanno il mazzo per quattro spiccioli o che, nel peggiore dei casi, lavorano addirittura gratuitamente.

A vivere nell’incubo del volontariato, però, non ci sono soltanto ricercatori brillanti che arrotondano producendo smart drugs (si scherza ovviamente) ma anche semplici bibliotecari o assistenti alla cattedra che faticano per ore e ore senza portare a casa nulla.

E non solo, a lavorare gratis negli Atenei di tutta Italia ci sono anche assegnisti, impiegati nell’ambito tecnico-amministrativo e persino lavoratori subordinati. Questi ultimi sono principalmente lavoratori a progetto o collaboratori occasionali.

Stando ad una ricerca statistica effettuata dalla CGIL quasi il 6,7% di coloro che lavorano nelle Università lo fanno da precari e la loro età media è di circa 35 anni. Insomma chi si attacca al tram alla fine siamo sempre noi giovani.

Inoltre quello che proprio non è andato giù ai precari è che finora gli Atenei hanno sfruttato il volontariato soprattutto per colmare le carenze di personale. L’Università di Bologna si è detta aperta al dialogo per trovare un accordo ma più che le parole per risolvere la situazione ci vorrebbero i fatti, come sempre d’altronde.

#FacceCaso

Di Gabriele Scaglione

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