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How I met Taiwan, Capitolo 3: il monaco

How I met Taiwan, Capitolo 3: il monaco

Vi racconto la mia esperienza, le mie giornate, le mie paure e le mie gioie. Un diario di tutto il mio tirocinio nella bellissima Taiwan. Viaggiare i

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Vi racconto la mia esperienza, le mie giornate, le mie paure e le mie gioie. Un diario di tutto il mio tirocinio nella bellissima Taiwan.

Viaggiare in Asia significa sopportare odori forti, ascoltare suoni che sembrano tutti uguali e a volte anche fastidiosi e incontrare persone che ti guardano sbalorditi perché sei “occidentale”. Come quella volta che sono stata fermata da un monaco buddista per fare una foto.

Era una giornata soleggiata e Taipei, capitale di Taiwan, stava dando il meglio di sé nel far percepire tutto il calore possibile. Stavo esplorando la città con un gruppo di persone variegato e variopinto, composto da taiwanesi, tedeschi e due italiane (io e Chiara). Mentre ci stavamo godendo il freddo rigenerante dell’aria condizionata nella metro, si avvicina verso di noi un monaco: tunica lunga color kaki, sandali, calzini bianchi, testa rasata e un viso sereno. Ci fissa per qualche minuto e poi, con tutta la tranquillità del mondo, inizia a parlare con noi in cinese.

In cinese.

Dato che i ragazzi taiwanesi erano già usciti dalla metro, per un attimo mi sono domandata chi di noi potesse passare per un orientale: Chiara ha i capelli mossi e lunghi, tipicamente mediterranei; i tedeschi alti, biondi, occhi azzurri li escluderei a priori; quindi non rimanevo che io. Ma la situazione si è complicata quando abbiamo intuito che ci/mi stava facendo una domanda, che ovviamente nessuno capiva. Nell’invano tentativo di spiegare al monaco che nessuno di noi conosceva il cinese e tra una serie infinita di risate, proviamo a chiedere alle persone intorno a noi se qualcuno fosse in grado di tradurre per noi. L’inglese non è così diffuso come si può pensare ed è stata un’impresa abbastanza ardua.

Alla fine, però, un ragazzo taiwanese è riuscito a sbrogliare l’enigma: il monaco buddista voleva farsi una foto con noi! Non credevamo a quello che stava accadendo ma ci siamo messi tutti vicini con le mani giunte in preghiera per fare una foto multirazziale a una stazione metro di Taipei! Sfortunatamente, le foto scattate sono rimaste sul telefono del monaco e l’opzione “chiediamogli se ce la passa su WhatsApp” non era neanche lontanamente contemplata.
Anche perché in Asia, WhatsApp, non lo usano.

Dopo questa scena da Oscar, per rimanere in tema religione, abbiamo visitato un tempio buddista, il Lungshan Temple of Manka. In Taiwan, il 35% della popolazione pratica la religione buddista e il 33% quella taoista; la restante parte è atea (18%), cristiana (4%) oppure pratica altre religioni meno note (10%).

Entrare in un tempio ti fa rimanere senza parole. In primis perché ti trovi all’interno di un’architettura antica e misteriosa inserita in un contesto del tutto urbanizzato. I dettagli sulle colonne e sul tetto sono così minuziosi che ti soffermeresti le ore a guardarli, mentre l’odore di incenso è così forte e penetrante che a volte disturba e devi tapparti il naso. Poi ci sono le persone, tante persone ovunque che accendono un bastoncino e iniziano a pregare in modo meticoloso e preciso. La cosa bella è che ognuno sceglie il proprio posto (in piedi o seduto, di lato o al centro, davanti o dietro), si mette comodo e inizia a recitare milioni di parole che al mio orecchio sembrano tutte uguali.

Sicuramente qualcosa significano quelle parole. Ma in cinese. Il cinese, una delle lingue più difficili al mondo. Facciamo una scommessa: a gennaio chiedetemi se sono capace a dire: “Mi chiamo Giulia, sono italiana e ho 25 anni”.

Ma chiedetemelo in cinese, ovviamente.

#FacceCaso

Di Giulia Pezzullo

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