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Il mondo cosplay raccontato da uno di loro

Il mondo cosplay raccontato da uno di loro

Il mondo dei cosplay raccontato da dentro. L'esperienza personale di Paolo fa scoprire alcuni aspetti nascosti e per niente banali di una forma d'arte

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Il mondo dei cosplay raccontato da dentro. L’esperienza personale di Paolo fa scoprire alcuni aspetti nascosti e per niente banali di una forma d’arte ludica.

Tutti i grandi, una volta, sono stati bambini” diceva il Piccolo Principe. Alcuni, però, nell’animo lo sono rimasti. E l’intervista di seguito lo testimonia. Paolo Di Simine è un Cosplayer: colui che interpreta ,cioè, un cosplay. In pratica uno che indossa un costume per rappresentare un personaggio. A dirlo così sembrerebbe una carnevalata, ma lui, rispondendo ad alcune domande, ha provato a descrivere il mondo che c’è dietro a questa particolare forma di espressione a metà fra il gioco e l’arte.

 

Il mondo dei cosplay

Paolo, che cos’è il mondo del cosplay?

Iniziamo col dire che la parola nasce dall’unione dei termini inglesi Costume e play (costume e gioco). E la chiave è proprio questa: si indossa un costume per interpretare un personaggio, in chiave ludica. In questo modo chiunque può concretizzare la propria libertà di giocare per sentirsi bambino.

Quindi è una forma di svago?

Non proprio. La definirei più una passione. È qualcosa che va fatto con una certa dedizione.”

Ci sono regole particolari che si seguono?

In realtà no. Non c’è nessuna regola scritta specifica: si può interpretare qualunque personaggio come si vuole. Essendo un movimento nato in Giappone, principalmente si rappresentano manga e anime. Ma via via si è aperto anche ad altre realtà fumettistiche. Poi, specie negli ultimi anni, c’è stato il boom dei cartoni animati, dei film e dei videogames.

 

Come si costruisce un cosplay

Quanto lavoro c’è dietro ad un costume?

Tanto. Dipende molto dal costume scelto, ma per un cosplay riuscito bene, è necessaria una meticolosa attenzione al dettaglio. Il risultato finale deve essere il più somigliante possibile al personaggio. Ogni particolare deve essere attentamente studiato. Io sono dell’idea che si possa personalizzare un minimo l’interpretazione. Ma solo dopo aver curato ogni minima definizione, è possibile poi aggiungere delle particolarità proprie. La base deve essere attinente all’originale.

C’è quindi uno studio vero e proprio dietro la realizzazione?

Assolutamente sì. Studiare il personaggio è fondamentale. Personalmente trovo importante interpretarne anche la personalità. Bisogna immedesimarsi nelle sue fattezze non solo esteriori, ma anche interiori.

Batman

 

Alcune  polemiche

Parlando, Paolo ha lasciato intendere che ci sia una sorta di polemica latente, interna al loro mondo. Sostanzialmente non tutti sarebbero d’accordo con l’idea di poter personalizzare il costume. I puristi non lasciano spazio a nulla che non sia perfettamente attinente al personaggio. Ma, infondo, sostiene lui, se davvero il messaggio alla base di tutto è la libertà di giocare, allora, senza rancori, ci deve essere spazio per tutti.

È vero però che l’eccessiva libertà interpretativa rischia di esporre il lavoro dei cosplayer a contaminazioni esterne, che nulla hanno a che fare con l’originalità dell’idea. A suo modo di vedere, questo è dovuto all’improvvisazione di molti che cercano solo apparenza e attenzione. In più, “purtroppo”, c’è l’interesse economico. Perché comunque i costumi e le fiere generano un indotto di mercato. Fame di visibilità e business rischiano di distorcere l’aspetto ludico e spensierato della faccenda.

 

Esperienza personale

Tu come sei diventato un cosplayer? Da dove sei partito? Come ti sei avvicinato? Cosa ti ha spinto?

L’avvicinamento a questo mondo è stato un po’ una conseguenza della mia vita. Ancora prima di conoscere i cosplay, già ero appassionato di collezionismo in questo campo. Pupazzi e miniature, pezzi di costume ecc… Un giorno venni a conoscenza della fiera di Lucca, che solo più tardi ho scoperto essere tra le più importanti al mondo, e insieme a mio fratello decidemmo di andare. Non mi aspettavo un mondo così ampio. Ho scoperto una vera forma d’arte. Vedendo le possibilità che offriva di dare sfogo alla mia fantasia, mi sono sentito realizzato: ho capito che potevo fare, anzi, diventare, tutto quello che immaginavo. La mia passione ha preso una forma concreta. È stata una sensazione di libertà assoluta. E così ho continuato a viverla. Potevo esprimere il mio vero io. Prima non sapevo cosa fosse ciò che sentivo dentro. Lì l’ho capito.”

Le fiere dei cosplay sono anche luoghi di socializzazione?

Sì. Assolutamente. Nella mia esperienza trovandomi difronte altre persone che condividono la stessa passione ho potuto incontrare e confrontarmi con molte personalità differenti. È anche una sorta di esperimento sociale. Tutto questo è molto bello perché in quel contesto sai come approcciare e aprirti con una persona che invece, magari, nella vita normale non sapresti come avvicinare. Il mondo dei cosplay, permettendo la massima apertura espressiva, può rappresentare persino la dimensione del riscatto per chi soffre problemi relazionali.

Considerando la particolarità del vostro mondo, hai mai riscontrato questi problemi relazionali con chi vi guarda dall’esterno?

Purtroppo sì. Personalmente non ci ho mai badato più di tanto.” E grazie tante! Per te è più facile. Pesi quasi 100 kg di soli muscoli! “(ride) È chiaro che una simile forma di espressione possa facilmente attirare prese in giro, malelingue, luoghi comuni e sbeffeggi vari. Spesso chi non conosce questo ambiente, fermandosi all’apparenza, percepisce il nostro mondo come una ridicola adunata di disadattati. Ma non è così. Dietro c’è un lavoro importante e una passione per quello che si fa.

 

La “carriera” da Cosplayer

Quale è stato il tuo primo personaggio?

Nel 2012, a 22 anni, ho creato il mio primo personaggio. Dopo un po’ di tempo che mi ero addentrato nel mondo dei Cosplay decisi di provarlo in prima persona. E scelsi “Hollow Ichigo”, tratto da “Bleach”, il primo anime a cui mi ero appassionato già da piccolo.

Scelta curiosa: un personaggio sconosciuto ai profani.

Il personaggio, secondo me, è specchio della personalità di chi lo interpreta. Io la vedo così. Perché credo che la resa finale agli occhi di chi guarda sia migliore. Si deve percepire che chi interpreta si senta realmente quel personaggio in quel momentoLa storia dell’anime, di cui questo Ichigo è protagonista, racconta di un ragazzo che deve dominare una sorta di entità demoniaca che lui sente vivere dentro di sé. La maschera che indossa gli serve per tenere a freno la malvagità e combatterla. In quel momento della mia vita mi ci sono rivisto, perché attraversavo un periodo difficile e mi sono sentito come quel personaggio.

Quali dei tuoi costumi pensi ti sia venuto meglio e ti ha dato più soddisfazione?

Ad oggi ho realizzato 37 cosplay. L’obiettivo è di arrivare a 40 in breve e ho già alcuni progetti in ballo. Se ne devo scegliere alcuni, te ne  dico tre che più di tutti mi hanno impegnato e soddisfatto anche per il lavoro svolto. Il primo è “Armstrong”, dall’anime FMA. Potrebbe sembrare banale perché non ha particolari ricercatezze esteriori. Il personaggio va in giro a torso nudo con dei baffi biondi arricciati e un solo ciuffo dello stesso colore su una testa pelata. Io però proprio perché, come ho detto, non mi limito al solo costume ma anche agli aspetti introspettivi e alla storia che quel personaggio racconta, mi ci sono rivisto. Oltre ad essere un culturista è scherzoso e affabile. Prende la vita alla leggera, pur diventando serio nei momenti cruciali. Purtroppo non è facile trasmettere all’esterno questo tipo di studio che sta dietro ad un costume.”

Gli altri due?

“Il secondo è “Asura”, preso dal videogame “asurawrat”. Scoperto anche abbastanza di recente, rappresenta la personificazione fisica della rabbia incontrollata. Mi ha molto colpito la storia di “Asura” perché è un infinito sfogo contro le avversità della vita. La sua distruttività è veicolata contro la negatività, tant’è che solo nell’estremo sacrificio finale egli ritrova l’armonia. Essendo abbastanza sconosciuto, in Italia sono stato il primo a portarlo come cosplay. Per farlo ho collaborato con altre persone per ottimizzare il trucco e riprodurre fedelmente il costume, quasi tutto in bodypainting. E per questa interpretazione ho anche ricevuto un premio al Torino comics nel 2016. Infine quello che mi ha regalato più gioie è Kratos, preso dal videogame God of War. Decisamente più noto come personaggio, grazie a lui ho avuto una visibilità inaspettata. In alcune fiere addirittura la gente mi chiedeva di farsi le foto con me, tanta era la perfezione del costume. È stato divertente.

Kratos

Esperienza da giurato

Hai fatto anche il giudice in alcuni concorsi?

Sì. È stata un’esperienza interessante. Ho potuto sperimentare l’altro lato della barricata, dovendo dare io dei giudizi senza farmi influenzare dalle mie idee.

Cosa hai ricercato per premiare qualcun altro?

Nel mondo Cosplay, c’è anche un po’ di gelosia tra i vari interpreti. Specie tra chi porta lo stesso personaggio magari con un dettaglio in più o in meno. Fa parte del gioco. Io ho cercato di premiare l’originalità. Mi sono capitati cosplayer con maschere che io non avrei mai fatto o che proprio non mi piacevano. Ma ho cercato di non valutare sulla base del gusto personale. Non bisognerebbe mai farlo.

Per concludere, un tuo messaggio finale. Un tuo pensiero, magari per chi vuole addentrarsi in questo mondo.

Non mi sento di dare suggerimenti particolari. Se si vuole iniziare da 0 è importante ricordare che il cosplay è arte e libertà. Non bisogna mai dimenticare di divertirsi.

#FacceCaso

Di Tommaso Fefè

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