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La vita a stelle e strisce di un romano che insegue i suoi sogni

La vita a stelle e strisce di un romano che insegue i suoi sogni

Abbiamo intervistato Nicola, un ragazzo romano trasferitosi negli Stati Uniti. Ci ha raccontato la sua vita tra studio e lavoro oltreoceano. Si dice

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Abbiamo intervistato Nicola, un ragazzo romano trasferitosi negli Stati Uniti. Ci ha raccontato la sua vita tra studio e lavoro oltreoceano.

Si dice che i giovani di oggi non abbiano spirito di intraprendenza. Non è proprio il caso di Nicola Macchitella, romano, classe ’92. La sua è la storia di chi non ha paura della novità e si fa trasportare dalla curiosità e dal momento, alla scoperta di ciò che avverrà. Nella sua esperienza da studente ha provato le materie umanistiche e poi quelle scientifiche. Si è lanciato in una esperienza negli stati uniti. Ha fatto rinunce importanti e ottenuto successi individuali. Ora lavora in America, ma sogna un giorno di tornare alle sue origini. Ecco quello che ha raccontato della sua vita.

Dopo il liceo classico al Tasso, non sapevo bene cosa fare. Alla Sapienza provai un anno a Scienze politiche, poi un giorno, per puro caso, seguii un mio amico ad una lezione nella facoltà di matematica. E mi piacque. Sembra assurdo perché al classico la matematica si fa per modo di dire. Non sapevo nemmeno cosa fosse, ma mi catturò. Della mia scelta iniziale non ero mai stato troppo convinto e così provai a seguire quest’altra strada. Dopo un semestre passato a frequentare entrambe le facoltà mi decisi a cambiare definitivamente. E alla fine dopo tre anni mi sono laureato in logica matematica“.

E come ci sei finito negli Stati Uniti?

Poco prima di prendere la laurea triennale, andai a trovare la mia ragazza negli Stati Uniti. Lei stava trascorrendo sei mesi lì per approfondire gli studi in legge. E così vidi di persona come funzionavano le università americane. I costi sono notoriamente proibitivi, quindi provai a fare richiesta per un dottorato, un “PhD”, nell’ambito di ciò in cui mi stavo laureando. Mi presero a Berkley“.

Quindi hai finito lì gli studi?

No. O meglio, sì, ma non facendo il dottorato. Ero in procinto di trasferirmi, ma poi parlando con un ricercatore di qualche anno più grande, dopo una partita di calcetto, capì che cosa significasse fare “ricerca accademica”. Il rischio di faticare per anni e per ritrovarsi ad un certo punto senza finanziamenti per chissà quali motivi. Quindi rinunciai ad una grossa parte di borsa di studio e decisi invece di provare un master, sempre lì negli USA. È durato un anno ed è stato finanziato in parte dalla quota rimanente date dall’università e in parte dalla regione Lazio, grazie al progetto “Torno Subito”.  Per l’alloggio invece mi sono appoggiato agli appartamenti convenzionati con la Sapienza. Tornando alla domanda di partenza su come sono finito negli USA, diciamo che galeotto fu l’amore… ma è anche un po’ colpa del calcio! (ride)”.

Ti è piaciuto studiare lì?

In linea di massima sì. Trattava di matematica applicata e informatica. Entrambi argomenti che avevo studiato nel corso di laurea e che comunque mi erano piaciuti molto. Però di per sé il master è stato senza infamia e senza lodi. Nel senso che il loro concetto di formazione universitaria è totalmente diverso dal nostro. Non ho ricevuto nulla che mi abbia cambiato la vita al livello di studio, però offriva molti contatti al livello lavorativo. Perché loro ragionano molto più sul concreto. Ti danno ciò che serve nel pratico, senza troppi fronzoli. E dopo un mese dal conseguimento, siccome non ho la residenza lì, mi è arrivata una carta che mi consentiva di cercare un impiego. Una sorta di permesso“.

Lo hai trovato facilmente?

Per il rotto della cuffia

In che senso?

Dal momento che ti arriva la carta, hai novanta giorni per dimostrare di aver trovato un lavoro stabile. Altrimenti te ne torni da dove sei venuto. Senza possibilità di appello. Io l’ho trovato a quattro giorni dalla scadenza. Presso gli uffici di Tumblr, dove facevo analisi dati. In pratica scrivevo codici al computer. Non esattamente il massimo per le qualifiche che ho. Poi però, dopo un anno e mezzo, mi è arrivata un’offerta da Yahoo dove mi garantivano un posto da product manager e non ho esitato ad accettare. E tutt’ora lavoro là“.

In cosa consiste il tuo lavoro?

Sono un produttore di app e servizi tecnologici. Lavoro a stretto contatto con gli ingegneri e gli sviluppatori e i designer. Mi danno un prodotto e io ne devo gestire lo sviluppo, organizzando il lavoro con gli specialisti. Rispetto a quello che facevo prima, c’è molto più rapporto umano e questo mi piace“.

Com’è stato l’approccio al mondo del lavoro negli Stati Uniti?

Loro vanno diretti al sodo. ti lanciano nella mischia e poi se sei capace sopravvivi, sennò arrivederci. In questo sono gli americani sono molto drastici. Accettano di assumersi dei rischi, affidando anche delle responsabilità di un certo livello a chi magari è arrivato da poco, e se il risultato è buono, sono ben felici di continuare, altrimenti non si fanno troppi problemi a mandarti via. Le tutele lavorative sono totalmente differenti. Da punto di vista professionale è fantastico perché subito entri a contatto col lavoro vero e impari subito a cavartela. Sono ben felici di chi con intraprendenza si assume subito grandi oneri. Ogni tanto però c’è il problema opposto. Devi andare lì a dirgli che non sei in grado e che piuttosto che creare danni, è meglio che quella mansione la faccia qualcun altro“.

Parliamo un po’ della vita a New York.

Secondo me la vita universitaria italiana è più bella. C’è più calma e si vive meglio l’ambiente universitario. A New York non c’è un campus vero e proprio. Magari quindi da altre parti è diverso, ma qui tu esci dall’aula e sei in strada. In america manca il concetto di vivere in gruppo la classe universitaria e lo stare insieme. È tutto più rarefatto. D’altro canto è innegabile che la città vissuta da studente è divertentissima. C’è qualsiasi cosa. Il problema è che costa tutto tantissimo e se non sai regolarti ti ritrovi in stanza a fine mese a mangiare patate e fagioli. Le modalità di insegnamento e studio, secondo me, in america sono più semplici. Il che ti garantisce molto tempo libero. Ma la cosa più difficile è dover rinunciare a qualche attività perché sennò non ce la fai a stare nei ritmi“.

In chiusura di chiacchierata, Nicola ha rivelato un aneddoto inaspettato della sua vita. In passato ha fatto anche l’attore e oggi, oltre al suo lavoro, collabora con delle produzioni cinematografiche. Tra i più noti, “Passione” di John Turturro e “Ammore e Malavita” dei fratelli Manetti.

Come è nato questo lato da attore della tua vita?

Da quando ero bambino fino a sedici anni ho avuto parecchie apparizioni televisive. A quattro anni feci una pubblicità per una marca di riso. Poi continuato con tante piccole parti in alcune fiction. “Il sequestro Soffiantini“, in cui facevo il nipote del protagonista (interpretato da Michele Placido). Una puntata di “Tutti pazzi per amore“. Qualche scena della serie poliziesca “La omicidi“. In realtà non so bene come ci sono finito. Forse mia madre aveva mandato qualche foto a delle agenzie”.

E poi hai smesso. Perché?

“Ad un certo punto la cosa iniziava a diventare un po’ più seria e avrei dovuto spostarmi con le troupe, passare a scuole private, lasciare casa, impegni, amici da parte e dedicarmi a quello. E sinceramente non mi andava molto. Alla fine del liceo, però, ripresi qualche contatto. Anche solo per piccoli lavoretti che mi permettevano di mettere da parte un po’ di soldi. Così ho iniziato a dare una mano sui set, facevo un po’ il tuttofare dietro le quinte. Via via sono entrato nella produzione vera e propria. Aiutavo nel casting e nella sceneggiatura. È stato bello. E, a dirla tutta, mi è tornato anche utile quando mi sono trasferito”.

In che modo?

Dove lavoro adesso mi hanno preso anche perché cercavano qualcuno che avesse lavorato nel mondo dello spettacolo. Infatti ora l’app di cui gestisco lo sviluppo in questo periodo è specifica per la creazione di contenuti video. Cortometraggi per lo più. Però il fatto che conoscessi già la materia ha giocato a mio favore“.

Progetti per il futuro?

Per ora sono lì. Però ho sempre un occhio verso l’Italia. Quando posso torno sempre. Qui il mio campo di lavoro deve ancora prendere piede e svilupparsi, ma conto prima o poi di tornare a casa“.

Nicola è nato il 4 luglio. Un percorso di vita a stelle e strisce sembra proprio un curioso caso del destino.

#FacceCaso

Di Tommaso Fefè

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