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FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo album di Ali + The Stolen Boy

FacceSapè: ecco la nostra intervista per il nuovo album di Ali + The Stolen Boy

Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è Alix a passare sotto le grinfie della nostra redazione per parlare del nuovo album. Alix

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Nuovo appuntamento con le nostre interviste musicali: oggi è Alix a passare sotto le grinfie della nostra redazione per parlare del nuovo album.

Alix si trasferisce a Parigi in giovane età, e studia letteratura, arti visive, recitazione e danza. Vive a Montmartre in un minuscolo appartamento, alternando mille lavori, mentre esplora lo stretto legame tra musica e performance. Parigi non è una semplice casa: diventa un luogo dove si intrecciano ricerche artistiche, personali e politiche. È da questa intersezione che nascono la sua scrittura e la sua musica. La voce di Elza Soares e Cesaria Evora, il suono di Mayra Andrade e Dino D’Santiago, e il mix musicale di Lisbona lə porteranno poi nella capitale portoghese, dove la sua scrittura si impregna degli incontri fatti con artistə, collettivi queer e attivistə. Tra Lisbona e Londra, scrive canzoni in portoghese, italiano e inglese, canta nei bar e collabora con altrə artistiə.

“Garçon Raté” è il suo primo disco che abbiamo avuto il piacere di ascoltare, ed ecco cosa ci ha raccontato.

Questo è un sito dedicato agli studenti, quindi non possiamo che iniziare chiedendoti qualcosa sul tuo percorso scolastico.
Il mio percorso scolastico? L’anarchia totale. [ride, ndr] C’è quello che ho dovuto fare, come tuttə, la scuola dell’obbligo, ho fatto il liceo scientifico. E andavo malissimo nelle materie scientifiche. In realtà, contemporaneamente, ho fatto delle scuole di teatro, di danza, ho studiato canto, coreografia, da quando avevo 12 anni…era il mio vero percorso scolastico: ho sempre studiato solo quello che mi appassionava. E all’università uguale, un percorso accademico frammentato, cambiavo corsi continuamente e intersecavo lo studio con il mio lavoro artistico, lavoravo molto. Ma sono riuscitə a laurearmi in studi coreografici a Parigi. Ho studiato un po’ di fotografia, letteratura, arti visive. Sono statə presə all’accademia di belle arti con borsa di studi e ho rifiutato, ho fatto il dossier per Les Arts Déco a Parigi, e non l’ho mai mandato… Questa è un po’ l’immagine del mio percorso scolastico, è stato molto, molto istintivo; a parte le cose che mi hanno obbligatə a fare, seguivo le urgenze del momento. La musica invece non l’ho mai studiata in conservatorio. Ho studiato canto per due anni, e seguito formazioni varie su tecniche vocali, e un po’ di solfeggio, ma non ho mai studiato composizione, la musica è stata il mio spazio intimo nel quale sperimentavo senza avere lo sguardo di insegnanti né compagni di corso. La musica l’ho imparata da solə e questo ha profondamente inciso su come scrivo e canto oggi.

Si può fare musica anche senza averla studiata? Com’è stata per te?
Assolutamente sì. Non penso che le scuole non siano importanti, ma non sono assolutamente l’unica strada. E sicuramente non sono adatte a tuttə lə musicistə. È un’idea molto classista pensare che si debba fare degli studi eccellenti per fare musica. La musica che mi ha insegnato di più e che ascolto più spesso non è nata nelle accademie; dal blues al Jazz, al reggaeton, al rap, alla pizzica, la samba e a tutte le forme di musica folk. La musica è prima di tutto per me un’espressione personale e collettiva, di un contesto culturale e sociale. La formazione è fondamentale, ma un sacco di artistə hanno imparato facendo. Per me è stato così: un giorno ho preso una tastiera, e ho imparato a suonare il pianoforte, anche male, ma ho imparato a scrivere musica su quei tasti. E poi studio tantissimo, ascolto e alleno il mio orecchio a tanta musica, anche molto diversa, senza gerarchie o giudizi, cercando di capire e scoprire nuovi modi per scrivere. La tecnica è fondamentale, ma ognuno deve costruirsela da sé. Non è necessario fare 10 anni di studi per imparare quello di cui si ha bisogno. Ho studiato chitarra per qualche mese da molto giovane, e basta – questa è stata la mia formazione in strumenti musicali. Scoprire gli accordi, gli intervalli, le scale e l’armonia da solə, è impareggiabile. È stato stupendo. Ho scoperto a orecchio che c’erano delle cose che andavano bene insieme, che mi piacevano. Poi, ho cercato sui libri e lavorando ho capito che effettivamente quei suoni avevano dei nomi.
Stessa cosa per i pattern ritmici, e la produzione di un pezzo… ho messo da parte dei soldi per comprare Ableton, e ho cominciato a smanettare. Producevo malissimo, ma mi serviva per capire come funzionava la produzione per me, cosa mi piace e cosa cerco. Oggi imparo osservando e lavorando con Giuliano Pascoe, produttore incredibile, con una cultura musicale e una sensibilità artistica profondissima. E dai musicistə che lavorano con me. Martin Nicastro è maestro di violino, ha sempre una soluzione di arrangiamento quando ci incartiamo, imparo un sacco da lui, Livia Phoebé è un’arpista incredibile e ho passato anni a osservarla allenarsi con l’arpa. Omar Gabriel Delnevo è un proliferare di idee, è un pianista incredibile così come Chari No che prende il flauto e mi fa volare con le sue note.

Perchè “+ The Stolen Boy”?
Nasce dal fatto che non mi sono mai riconosciutə come un vero e proprio ragazzo. Ho sempre trovato che “The Boy” fosse un fantasma che gli altri proiettavano su di me, pieno di aspettative; avevo voglio di rubare questa immagine dallo sguardo degli altri, di disturbare la loro visione di me. Da qui The Stolen Boy. E poi mi piace che la mia musica sia quella di un ladro, che cerca di rubare certezze, aspettative e percorsi prestabiliti. Non so poi se ci riesco. Ali + The Stolen Boy è un nome che ha diverse tappe. Alix, il mio nome, andando a vivere a Londra e a Lisbona, in un contesto anglofono, si è trasformato in Ali. The Stolen Boy è nato in una residenza artistica in Francia, e parlando con altrə artistə mi chiedevo come condensare la mia storia nel nome di un progetto da solista, e dopo varie proposte sono arrivatə a Ali + The Stolen Boy.

Come si trova gente nuova con cui suonare a Milano? E com’è andata per questo disco?
Per me non è stato difficile – c’è internet e ci sono i socials, non conoscevo nessuno ed è stato molto utile. Ho passato mesi a dire a chiunque attorno a me: “sto cercando un produttore, musicistə, conoscete qualcuno?” Chiari No l’ho conosciuto tramite Instagram, perché ho postato una story dicendo che cercavo musicistə queer su Instagram, e mi ha risposto subito. Giuliano Pascoe mi è stato presentato da Jermay Michael Gabriel, un carissimo amico, che non sapevo facesse musica quando ci siamo incontrati a Milano. Ci siamo incontratə ad una manifestazione, lui è un artista visivo straordinario. Mi ha invitato nel suo studio, gli ha detto che stavo cercando un produttore e dei musicistə, e mi ha presentato Giuliano. A Milano, parlare con le persone è stato il modo più utile. Sembra che tutti si conoscano. Rispetto ad altri posti nei quali ho vissuto, è stato molto piu semplice. A Milano, se hai un’idea che hai voglia di sviluppare, anche molto velocemente, trovi grandissima curiosità. È una città molto pragmatica, non si perde in mille discorsi. Ci si vede e si lavora. A Parigi e a Londra bisogna sgomitare molto di più, i tempi sono più dilatati, mentre a Milano ho trovato una bellissima energia da questo punto di vista, e infatti Garçon Raté è il frutto di questi incontri, lo sento quando ascolto l’album e mi emoziona tantissimo.

Programmi per il futuro?
Tantissimi, non posso dire tutto… anche solo per scaramanzia. Ma da settembre ci aspetta un anno molto, molto intenso, stiamo preparando i live. Ci sarà un tour questo inverno e nel 2023. Stiamo lavorando al secondo EP che viene a completare Garçon Raté, l’EP che è appena uscito. Attorno a queste due cose, ci sono tanti progetti e tante cose in corso che non vedo l’ora di mostrarvi. Sono molto, molto gasatə dell’anno che ci aspetta.

#FacceCaso

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