In nome del popolo: il ricordo di Chavez a Roma

In nome del popolo: il ricordo di Chavez a Roma

Nel giorno dell’anniversario della morte, Gianni Minà mostra al pubblico una sua intervista a Hugo Chavez risalente a più di dieci anni fa. Parole, qu

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Nel giorno dell’anniversario della morte, Gianni Minà mostra al pubblico una sua intervista a Hugo Chavez risalente a più di dieci anni fa. Parole, quelle pronunciate dal leader venezuelano, che hanno un significato oltre che profetico, anche molto importante per delineare la figura di un personaggio troppo scomodo a molti.

Di Lorenzo Santucci

Venezuela, Caracas. 5 Marzo 2013. Dopo una lunga malattia veniva a mancare Hugo Chavez Frias.
Roma, quartiere Testaccio. 5 Marzo 2016. Gianni Minà e l’ambasciata venezuelana hanno scelto il terzo anniversario delle scomparsa di Chavez per proiettare, al teatro Vittoria, una lunga intervista tra lui ed il giornalista italiano. Una giornata piena di riflessioni, anticipate da Minà e poi pronunciate, seppur oltre un decennio fa, dal rivoluzionario venezuelano. Ma ciò che è estremamente importante è proprio il fatto che questa conversazione, non proprio recente, ha toccato punti e tematiche che oggi sono quanto mai attuali.

Ciò che emerge da questo documentario è una figura di un uomo lucido nell’analisi delle questioni discusse con il suo interlocutore, autoritario a volte ironico ed allo stesso tempo fragile; la sua è una fragilità positiva, però, che ha un nome ben preciso: popolo. Tutte le decisioni prese da comandante rivoluzionario, prima, e da primo cittadino del Paese, poi, sono state pensate ed idealizzate per favorire la gente. La sua gente. Quella per cui ha dovuto sopportare la prigione, l’umiliazione, per la quale ha lottato sfidando anche la morte ed alla fine ha vinto. Come tiene a precisare anche Minà, il Venezuela ricorda molto Cuba, per le vicende politiche. Entrambi i Paesi sono alquato scomodi essendo due socialisti proprio sotto il naso americano. Chavez e Fidel vanno oltre l’essere due meri politici. Sono il riscatto di un continente, quello sudamericano. Dati alla mano, la rivoluzione bolivariana ha ottenuto conquiste importantissime sul campo sociale: un incremento superiore al 300% per quanto riguarda le iscrizioni universitarie, la possibilità di avere una scuola totalmente pubblica (un’estraneità per il Venezuela fino al 1998, anno dell’elezione di Chavez), che ha permesso alla popolazione di raggiungere un’alfabetizzazione altissima tanto da far decretare all’Unesco l’assenza di analfabetismo sul territorio.

Non solo, sono stati costruiti 15000 centri di assistenza sanitaria grazie anche ai quali 8 abitanti su 10 sono assistiti e, per quanto riguarda il campo dell’alimentazione, oltre il 95,4% della popolazione usufruisce di almeno tre pasti giornalieri. “Dare più potere ai poveri perché smettano di essere poveri”. Questo era l’obiettivo e lo è tutt’ora, seppur con altri interpreti. Il povero, un po’ come quello simmeliano, che va aiutato dalla società, ma che deve essere egli stesso protagonista della sua vita, del suo riscatto. Una realtà, quella del Venezuela chavista, che dà fastidio. Il territorio sudamericano, come anche dichiarato dallo stesso Chavez interrogato da Gianni Minà, è stato schiavo delle più spietate sperimentazioni capitaliste, non tenendo conto delle conseguenze che determinate politiche potevano portare agli abitanti. Chavez non era un politico che andava contro gli interessi americani. Chavez andava a favore degli interessi venezuelani, il che è completamente diverso. Nell’intervista riprende una frase di Simon Bolivar che spiega esattamente questo concetto: “Noi stiamo osando, e non è affatto una sfida. Io l’ho detto tante volte, con molta umiltà: noi non stiamo sfidando nessuno, non ci stiamo scagliando contro nessuno. Semplicemente, difendiamo i nostri diritti e vogliamo essere liberi di farlo”. Per paragonare questo ai giorni nostri, è chiaro ormai come le così dette democrazie importate non hanno mai ottenuto nulla di buono all’interno di una nazione e questo concetto dovrebbe, prima o poi, entrare nella testa di quell’Occidente sempre pronto ad intervenire in nome di una fantomatica pace o democrazia, ma che in realtà si dimostra sempre un guadagno per chi interviene e quasi mai per chi deve essere aiutato.

Gianni Minà ha voluto, tramite questa opportunità che nel 2003 gli fu concessa, far uscire fuori non soltanto il politico ma anche l’uomo. E vi è riuscito in pieno, tanto da riconoscere anche lui la grandezza del suo lavoro. Parole, pensieri e confessioni di uno dei personaggi politici che hanno fatto più discutere nel mondo racchiuse in poco meno di due ore. Contestato e criticato non poche volte, l’unico vero giudizio che interessava a Chavez era quello che gli dava il suo popolo, per il quale aveva intrapreso una missione. E, come giustamente dice anche Minà, se nel giorno del suo funerale erano presenti circa due milioni di persone e ben 33 capi di Stato forse l’operato del comandante venezuelano non era poi tanto negativo.

Di Lorenzo Santucci

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