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Il falso mito dello studio che garantisce lavoro

Il falso mito dello studio che garantisce lavoro

Una generazione intera ha perso totalmente fiducia nelle istituzioni: l'unico che si salva è il Papa. Studiare, anche tanto, porta a poco: che bisogna

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21 anni e già docente universitario, tutto grazie ai social

Una generazione intera ha perso totalmente fiducia nelle istituzioni: l’unico che si salva è il Papa. Studiare, anche tanto, porta a poco: che bisogna fare?

Generazione mille euro: mai titolo di un film fu più azzeccato per delineare questo periodo storico. A rimetterci di più da questa crisi siamo noi, la generazione dei giovani. Ci dicono che studiare è una sicurezza, che è l’unico modo per lavorare, ma a quanto pare così non è. Ed allora il rapporto tra istituzione ed individuo va a deteriorarsi, quasi a spaccarsi totalmente: quando manca quel benessere necessario per vivere, di conseguenza tutto viene visto negativamente, anche se così non dovrebbe essere.

L’Osservatorio Generazione Proteo dell’Università Link Campus di Roma è stato presentato oggi ed ha rappresentato una situazione a dir poco drammatica: su 30.000 studenti, tra i 17 ed i 19 anni, emerge infatti come essi ritengano che a tarpare le ali sia proprio colei che dovrebbe alimentare le loro iniziative; quello Stato nel quale sempre di meno si riconoscono. L’avere paura di immaginarsi da grandi, con un lavoro, è qualcosa che rende perfettamente la situazione nella quale stanno vivendo: o almeno fa paura vedersi in Italia, perchè a quanto pare quasi il 57% di coloro che hanno voglia di intraprendere la strada imprenditoriale (circa il 22%) decidono di farlo all’estero e, più della metà, dopo aver perseguito un corso di studi all’università.

Già l’università: avete presente quando scherzando vi dicono “dai prenditi sto pezzo di carta e poi vedi quello che puoi fare”? Beh non ci ridete troppo su, perchè se mentre fino a qualche anno fa questo pezzo di carta vi dava una grande spinta per entrare nel mondo del lavoro, adesso non è più così. Dopo tre anni dal raggiungimentodi una laurea solamente 72 su cento lavorano (contro il 77,1% risalente al 1991). Il lavoro, inoltre, è anche sinonimo di crescita. Una volta ottenuto, si inizia ad uscire fuori da casa, a farsi una vita propria. Adesso non è più così: sono sempre di più i trentenni che rimangono tra le mure di mamma e papà, senza che così si costruiscano famiglie dalle quali possono nascere figli.

Conseguenza? Una crescita pari a zero. Allora tanto vale che si continui a studiare, perlomeno faccio del bene a me stesso. Manco per niente, perchè poi non si risulta essere adatti al lavoro che si fa in quanto sovraistruiti (sia mai).

Voti alti ed esperienze, possibilmente all’estero: questi sono i requisiti che devono essere esposti al miglior offerente. Quel divario netto al momento delle assunzioni che esisteva anni addietro tra chi perseguiva studi scientifici o studi letterari esiste tutt’ora ma la differenza si sta piano piano abbassando, passando dal 12,8 volte del 1991 al 4,8 di oggi (anche qui sorge il dubbio: sono gli studenti “letterari” che stanno iniziando ad esser presi di più, o quelli “scientifici” di meno? Supponiamo, e speriamo, la prima ipotesi: sennò altro che decrescita).

Il mondo va così, la società è questa. Ma ciò non sta a significare che dobbiamo darci per spacciati. Sapersi rinnovare, fare esperienze e crearsi il futuro da soli senza aspettare nessun altro che ci venga in aiuto. Sembrano banalità ma purtroppo la realtà è questa. Ovviamente, quelle istituzioni che vengono criticate (i giovani intervistati danno dei voti pari a 3 e 4 ai partiti, ai politici e all’istituzione clericale) dovrebbero darci una mano forse un pochino di più: certo, se per questi ragazzi l’unico a salvarsi è Papa Francesco, beh forse c’è qualcosa che non va come dovrebbe.

Di Lorenzo Santucci

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