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Intervista ad un militante di Senso Comune

Intervista ad un militante di Senso Comune

Intervista con un membro dell'associazione politica Senso Comune. Critiche, analisi, idee e proposte, per un futuro politico lontano dalle élite. Pao

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Intervista con un membro dell’associazione politica Senso Comune. Critiche, analisi, idee e proposte, per un futuro politico lontano dalle élite.

Paolo Cornetti è un neolaureato in Scienze politiche. Bolognese, classe 1991, dopo aver conseguito la laurea triennale all’Università della sua città natale si è trasferito a Roma. Ha completato gli studi magistrali presso La Sapienza e nel frattempo, si è lanciato in una avventura di attivismo politico con il movimento di Senso Comune.

Costituitasi da qualche anno, questa associazione propone una visione critica dell’attuale situazione italiana e europea. La passione e le idee dei partecipanti sono il motore pulsante dell’intera attività. Una fucina di proposte da portare alla ribalta del dibattito pubblico, con l’intento di innescare un cambiamento nell’orizzonte politico dell’immediato futuro.

Paolo ha voluto raccontarne alcune in una chiacchierata.

Paolo, che cos’è “Senso Comune?”

“È un movimento politico nato nel 2017 con un manifesto lanciato da un gruppo di ricercatori universitari e studiosi di politica. Senza finanziatori particolari e senza molte risorse si è subito voluto allargare oltre l’orizzonte universitario e studentesco, rivolgendosi al panorama politico in generale.”

Siete già strutturati al livello nazionale oppure rimanete ancora nell’ambito locale di alcune zone?

“Siamo un’organizzazione nazionale, ma non abbiamo ancora una sede fissa perché servono molti soldi. Siamo però strutturati grazie al lavoro di vari gruppi in molte città italiane. Abbiamo un sito internet su cui è pubblicato il nostro manifesto politico, il Libretto Amaranto. Puntiamo ad allargarci man mano sempre più capillarmente in tutto il territorio.”

Siete tutti alle prime esperienze dirette con la politica?

“Siamo tutti provenienti da contesti esterni alla politica in senso stretto. L’attuale presidente del movimento, Samuele Mazzolini, aveva partecipato alle manifestazioni del G8 di Genova, ma al di là di queste singole esperienze personali, quasi nessuno ha mai avuto contatti diretti con la politica (Paolo, per la verità, è stato impegnato con altri movimenti studenteschi e ha collaborato, in passato, anche con l’UDU, il sindacato degli studenti universitari, e con Rifondazione Comunista, ma non ha mai ricoperto cariche politiche). L’intento è avvicinare o ri-avvicinare, vista la diffusa disaffezione, a questo mondo quante più persone possibili.”

Nel vostro manifesto c’è un programma politico?

“Più che altro è un  programma di intenti. Vogliamo diffondere un ‘populismo democratico’ per ribaltare il concetto stesso di populismo: non come spauracchio, ma come coinvolgimento totale del popolo per dare risposte al vulnus democratico attuale.”

Un pensiero pericoloso di questi tempi…

“(ride) È chiaro che non tutti i populismi sono uguali. Per me, per noi, deve essere una strategia legata a qualcosa di concreto. Esiste il populismo di sinistra come quello di destra. Esiste un populismo socialista, uno liberale, uno progressista o uno nazionalista…”

E voi a quali valori della democrazia legate la vostra idea di populismo?

“Abbiamo idee molto vicine a quelle di Bernie Sanders, Jeremy Corbin o anche quelle del movimento-partito spagnolo Podemos. Anche il movimento socialista di Melenchon in Francia è tra i nostri principali punti di riferimento. Abbiamo visto che la sua idea di riscoprire in chiave attuale i valori tipici della sinistra sta avendo grosso seguito, soprattutto tra i giovani francesi. E anche in altre parti del mondo questa idea di populismo diverso sta prendendo piede tra le nuove generazioni, ma anche tra le vecchie.”

Nella vostra visione di populismo qual è il posto delle nuove generazioni? Come vi ponete rispetto ai problemi dei giovani?

“Sappiamo bene come oggi i giovani siano vessati e sfruttati da un sistema che in molti casi li priva di sbocchi per il futuro. Noi non ci stiamo. Non vogliamo che la nostra generazione sia sfruttata per il guadagno di una piccola élite. Dobbiamo rideterminare il sistema socio-economico attraverso l’investimento pubblico nel lavoro. Lo stato deve tornare a fare impresa. Solo così si potranno dare garanzie ai giovani di un lavoro e di una prospettiva di vita non perennemente precaria.”

Non rischia di essere un modello già visto e già superato dalla storia?

“Mah… Io non sono un determinista. Non so cosa voglia dire ‘superato dalla storia’. Sono state prese delle decisioni politiche che hanno prodotto, oggi, generazioni senza futuro. Se il sistema cosiddetto statalista ha fallito è per via di precise scelte rivelatesi sbagliate, secondo noi. Per essere arrivati a questo punto, la direzione presa in passato è stata evidentemente sbagliata.”

 

Al livello di Unione Europea, pensate che ci siano punti migliorabili per un maggior coinvolgimento dei giovani nel rinnovamento delle politiche comunitarie?

“Per le basi che ha l’Europa, purtroppo, non ha molto da dire ai giovani. I trattati di fatto hanno creato abbassamento del valore degli stipendi, concorrenza sleale tra paesi membri e sfruttamento della manodopera a basso costo. Tutti sperano di andare all’estero a realizzare i propri sogni, ma si ritrovano ad essere inevitabilmente precari e sottopagati.”

Pensate che un coinvolgimento statale nell’economia possa essere allargato anche al livello europeo per venir fuori da questa situazione?

“Probabilmente sì. Ma allo stesso tempo, l’interventismo statale in economia permetterebbe di difendere l’interesse economico nazionale senza il ricatto della finanza e delle potenze economiche più forti. Il che non significa assolutamente chiudersi nella propria autarchia, piuttosto garantirebbe la possibilità di sedersi ad armi pari allo stesso tavolo. La Germania è il classico esempio di paese neoliberista che sfrutta la sua posizione predominante per rinforzarsi a spese di altri stati più deboli.”

 

Questa visione economica statalista nazionale non entra in contraddizione con le tendenze più internazionaliste dei movimenti di ispirazione socialista?

“In realtà, se andiamo alle origini dell’ideologia socialista, nacque tutto dalla contrapposizione operai–proprietari industriali. Oggi quel modello è superato. Noi però vediamo nella dicotomia popolo-élite la nuova frattura politica su cui impostare il nostro modello di populismo democratico. Siamo internazionalisti, ma questo non vuol dire affatto abolire lo stato nazionale. Al contrario, è proprio lo stato l’unico tutore del cittadino. La solidarietà e la collaborazione tra stati deve garantire il miglioramento della vita di tutti, non solo di una minoranza. Anche il neolibersimo è un’ideologia sovranazionale, ma non sta producendo affatto benessere per tutti. Per questo lo avversiamo totalmente. Noi siamo portatori di una idea di patria solidale e inclusiva, che non c’entra nulla con la retorica nazionalista del secolo scorso. Non è l’assurdo mito della patria di sangue. Noi parliamo di una comunità sociale che tuteli il popolo stesso di cui è composta.”

Una sorta di ‘sovranismo’ di sinistra.

“Non sono molto d’accordo con questa definizione. La stessa parola ‘sovranismo’ evoca qualcosa che non ci appartiene. Per altro è, a mio avviso, anche vuota di significato. Non esiste nessuna forma di politica senza sovranità.”

 

È ipotizzabile un nuovo ’68 europeo per far scoppiare definitivamente la rivolta (assolutamente non armata e non violenta) verso questo sistema, che voi definite élitario?

“Premetto che non sono così sicuro che il ’68 abbia effettivamente portato tutti questi grandiosi ribaltamenti positivi, visto come si è sviluppata la società di lì in avanti. Per certi punti di vista fu inevitabile arrivarci e fu anche giusto così, quel che ne è venuto dopo è però discutibile. Detto questo, credo si debba rimanere nell’ambito delle regole democratiche. Bisogna conquistare il potere istituzionale convincendo la platea della giustezza della propria proposta politca.”

 

Per non sfociare nella semplice persuasione delle folle, aizzandole contro nemici indefiniti, come pensate di convincere  i delusi e i disillusi? Quali tematiche affrontereste?

“Essenzialmente bisogna evitare di parlare alla pancia e discutere di temi visibili materialmente nel quotidiano. Bisogna dare proposte concrete per le scuole che cadono a pezzi. Per gli ospedali che hanno carenze di personale. Per dare risposte a tutti i giovani disoccupati, che oltre tutto si devono pure sentir dire che sono degli sfaticati. Queste sono le tematiche vere che noi percepiamo nel quotidiano. Populista per noi, significa proprio questo: fare l’interesse del popolo.”

 

In questa visione internazionalista solidale, che coinvolga il popolo per il suo stesso interesse, in che modo le nuove leve, i giovani che si affacciano al mondo della politica, possono essere una risorsa propositiva di contrasto alle élite dominanti?

“È fondamentale coinvolgere le nuove generazioni. Bisogna far capire l’importanza di appartenere ad una società in cui tutti sono partecipi di un bene comune. Un Senso Comune, appunto, di collettività. La difficoltà principale è proprio far penetrare nei disillusi questo messaggio. Oggi vediamo schiere di ragazzi cui è stata inculcata l’idea che il cambiamento non sia possibile. C’è rassegnazione. Dobbiamo, invece, assolutamente recuperare la forza delle nuove generazioni. Dobbiamo convogliarla in una spinta per far cambiare questo andamento storico. Il senso comune che c’è oggi va ribaltato e noi, abbiamo scelto questo nome proprio perché ne vogliamo fornire uno nuovo, con idee progressiste strettamente legate ai problemi del popolo.”

Non rischiate di scivolare nell’utopia filosofica?

“No. Proprio perché vogliamo tenere costantemente i contatti con la realtà, non vogliamo calare dall’alto o, peggio, da un balcone degli slogan, delle frasi fatte o dei concetti lontani dal quotidiano. Il progetto di senso comune è di costruire con il popolo stesso, le soluzioni ai problemi.

 

Avete in mente manifestazioni e/o iniziative in tal senso, nell’immediato futuro?

“Le risorse sono poche e le idee sono moltissime. Fare politica senza un soldo è molto difficile.”

Concedimi la battuta: sei consapevole che l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è stato a lungo una battaglia ‘populista’, cavalcata anche da una fetta della sinistra italiana?

“Di scelte politiche sbagliate la sinistra ne ha fatte a bizzeffe (sorride amaramente). Tornando alla domanda, vogliamo comunque continuare a costruire, nonostante le difficoltà, campagne attive per diffondere il nostro pensiero. Ascolto e proposta sono i nostri mantra. Il 9 marzo avremo un incontro presso il Teatro de’Servi, a Roma dove presenteremo il nostro ‘manifesto per la sovranità costituzionale‘. Vogliamo portare nel dibattito pubblico il nostro discorso.”

Non temete di esser fagocitati da altri movimenti simili già strutturati?

“No, perché non c’è l’intenzione di ‘vendersi’ per la poltrona. Senso comune sta portando avanti un lavoro culturale e politico. Speriamo in un prossimo futuro di trasformarci in un vero e proprio soggetto politico. Quello che non volgiamo assolutamente è creare l’ennesima listina da zerovirgola che non serve a niente.”

 

In conclusione, vuoi dare alcune indicazioni a chi volesse entrare in contatto con voi, partecipando magari alle vostre iniziative?

“Chiunque può trovarci su Facebook, su Twitter e su Instagram. Abbiamo un canale YouTube e la mail info@senso-comune.it a cui scriverci . Sul nostro sito ci sono tutte le informazioni su dove trovarci e dove si riuniscono i vari gruppi sul territorio. Inoltre pubblichiamo sul nostro blog vari contenuti che illustrano le nostre attività e le tematiche che affrontiamo. Saremo ben lieti di accogliere idee e proposte di chiunque voglia partecipare alla creazione di questo nuovo senso comune.”

#FacceCaso

Di Tommaso Fefè

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