Tempo di lettura: 1 Minuti

Come e perché funziona la penna “biro”?

Come e perché funziona la penna “biro”?

Penna biro, o penna a sfera, scopriamo la fisica alla base del funzionamento di uno degli strumenti più comuni della nostra vita. 15 giugno 1938, Lás

Perché noi prendiamo la “scossa” e i piccioni no?
Tutor, come funzionano e come “non” eluderli
24 ore in Serbia: un’infarinatura di cultura e tradizioni

Penna biro, o penna a sfera, scopriamo la fisica alla base del funzionamento di uno degli strumenti più comuni della nostra vita.

15 giugno 1938, László Bíró, un giornalista ungherese, deposita il brevetto di quella che di lì a poco si sarebbe affermata come una vera e propria rivoluzione nel mondo della scrittura: la penna a sfera. E mai come in questo caso la scoperta deriva da una frustrazione, quella vissuta quotidianamente da László, costretto a investire tanto, troppo tempo nella manutenzione delle penne stilografiche, diffusissime all’epoca, e nella pulizia delle fastidiosissime macchie lasciate su carta proprio da queste penne.

Inchiostro più o meno viscoso

La configurazione della penna stilografica non consentiva l’utilizzo di inchiostri viscosi, costringendo viceversa l’adozione di miscele a bassa viscosità, tali da riuscire nel difficile passaggio attraverso la sottilissima punta. Già viscosità, ma di cosa stiamo parlando? Pensiamo ad un liquido, in questo caso all’inchiostro, come all’insieme di piccolissime e numerosissime “particelle” (i più pignoli chiudano gli occhi e non facciano caso a questa parola). Nel moto del fluido, le particelle più vicine ad una parete saranno in un certo qual modo da essa frenate, e tale azione di frenamento si trasmetterà alle particelle adiacenti. Tale effetto sarà tanto più sentito quanto maggiore è la viscosità del fluido. Ora, nella penna stilografica, per consentire una fluida fuoriuscita di inchiostro attraverso una piccolissima fessura, era invalso l’uso di inchiostri a bassissima viscosità, quelli che ancora oggi appaiono agli occhi dei nostalgici utilizzatori come inchiostri “particolarmente liquidi”. E tali caratteristiche facevano sì che si assistesse spesso a fuoriuscite incontrollate che finivano per sporca il foglio, e le mani dello sfortunato utilizzatore.

E allora?

Allora László prese un inchiostro decisamente più viscoso, lo rinchiuse in un tubo capillare alla cui estremità inferiore collegò una punta metallica.

All’apice di questa punta collocò una pallina, anch’essa metallica, finemente realizzata e strettamente legata alla punta stessa. L’inchiostro contenuto nel tubicino scendeva per gravità all’interno della punta fino a bagnare una porzione di superficie della pallina.

È tutta una questione di sfere, quelle giuste

Tutto finito qui, direte voi, e invece no. Perché la difficoltà stava proprio nella scelta della pallina. Affinché il meccanismo funzionasse era necessario che la pallina rotolasse, sì, niente di più, che la pallina rotolasse e non strisciasse sul foglio. In quest’ultimo caso la porzione di sfera “sporcata” dall’inchiostro non sarebbe mai venuta a contatto con il foglio, scrivendo. E affinché la sfera rotolasse fondamentale era la scelta del materiale e del tipo di lavorazione della pallina. È da questi due parametri che dipende principalmente quello che va sotto il nome di coefficiente d’attrito, un parametro, caratteristico dell’accoppiamento di due materiali, carta e sfera in questo caso. Se questo è troppo basso, muovendo la penna, la sfera striscia sul foglio, senza rotolare. Risultato? Per scrivere sarebbe necessario esercitare una pressione eccessiva, con evidenti risultati negativi per l’integrità del foglio e dei muscoli del nostro braccio.

È tutta una questione di attrito, quindi, eccolo qui il segreto del giornalista Bíró.

#FacceCaso

Di Christian Di Carlo

COMMENTS

WORDPRESS: 0
DISQUS: 0